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Minimalismo, relazioni e convivenza | E POSSIBILE ? | F. de Martino

Uno dei grandi problemi del minimalismo è la convivenza. Raramente in una coppia italiana si riesce a far coincidere gli ideali minimalisti e questo potrebbe generare problemi all’interno dell’ecosistema casalingo. 

Per molte persone mia moglie non possiede molte scarpe o vestiti, mentre per la mia visione minimalista della situazione ne ha fin troppe. Tuttavia la stessa idiosincrasia verso il superfluo che mi ha portato verso la strada del minimalismo deve a tutti gli effetti convivere con l’idiosincrasia di mia moglie nei confronti di tutto ciò che è asettico.

Il mondo è fatto di compromessi e laddove personalmente mi sembra d’invadere con il mio nazismo minimale la sfera di Irene, cerco di tenere a freno il Savonarola che è in me; quello che brucerebbe tutto. Per quel che riguarda Irene, più d’una volta ha preso decisioni che a suo gusto sono fredde e impersonali, solamente per appagare quel mio lato che gode nel vedere esaltate le superfici vuote, elevandole a vere e proprie opere d’arte geometriche.

Ho provato più volte a Marikondizzarla dicendole “Questo oggetto ti provoca emozioni?” e lei mi ha mandato a quel paese, perché si trattava di oggetti come scontrini del 92 che conservava nel portafoglio.  Credetemi… quella tecnica non funziona in Italia, almeno non per tutti. Quello che consiglio, per una buona convivenza minimalista è quello di ridurre il proprio numero di oggetti senza assillare il partner in questione. 

Escluso il cappotto il mio intero guardaroba risiede in due scatole Ikea. Il resto dei mobili è dedicato a Irene. A me possedere più vestiti darebbe fastidio, ma per lei è diverso. Capire il proprio partner è basilare per una buona convivenza minimale.

(Le ultime due scatole sono quelle in cui tengo tutto il mio guardaroba)

 

 

Con mia moglie viviamo in un bilocale soppalcato con una sola finestra e dal minimalismo all’appartamento milanese di Pozzetto nel Ragazzo di campagna è un attimo. 

La differenza sostanziale tra un minimalista e un non minimalista è che i primi non si lasciano definire da un cappellino delle Burton o da un coccodrillo sulla maglia. Non è un caso che tutti i grandi uomini votati alla meditazione abbiano in un modo o nell’altro seguito la strada del minimalismo. 

La routine alimentare di Gandhi o la divisa di Steve Jobs sono solo degli esempi di come il minimalismo possa influire per creare uno stile di vita più performante. 

Personalmente vivrei bene con un divano letto, un Kindle, un computer e un bagno. Dovrei rinunciare a Irene e il gioco non ne varrebbe la candela. Quindi ben vengano paia di scarpe che non si utilizzeranno mai e scontrini del primo dopoguerra. 

Dopotutto il minimalismo è anche un concetto mentale che serve a minimizzare lo stress.

 

Ferdinando de Martino

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Diario di uno scrittore in quarantena | Siamo buoni o cattivi? |F. de Martino

Ore 01.00 del mattino

Sto giocando a biliardo con un ragazzino che mi sta massacrando, guardando contemporaneamente un telefilm con Jason Momoa che è non vedente in un mondo di non vedenti, ma nonostante questo riesce ad ammazzare centinaia di nemici usando l’udito e armi di circostanza. 

Non so se stia perdendo a biliardo per via di Jason Momoa o se la serie sia emozionante solo perché vorrei darle la colpa della mia sconfitta, ma questa è la storia della mia vita.

Ho sempre avuto questo brutto vizio di riversare sugli altri il mio umore. In molti mi ritengono una persona buona, ma se fossi un re, probabilmente sarei un monarca tremendo.

Da bambino mi stava antipatico un ragazzino, così un bel giorno gli ho rubato un pennarello. Sapevo che rubare era sbagliato ma in un bambino il concetto di etica è labile, così ho infilato la refurtiva nello zaino del ragazzo che stava alla mia destra. Nessuno l’avrebbe notato. Il reato, a livello fattuale l’aveva fatto lui. 

Come ogni storia d’eccessi come Scarface, spesso ci si lascia prendere la mano. Così, guardando l’astuccio del mio amico tutto spariva. I compagni, la voce della maestra, i miei genitori, il mio cane e il senso di moralità e immoralità; ogni cosa si affievoliva.

Presi così il secondo pennarello e lo gettai nello zaino del tizio a destra. 

La sera pensai a loro due. Le mie marionette. Chissà se il ragazzo dei pennarelli si era accorto di aver perso due bei Carioca? E l’altro? Aveva notato dei pennarelli non suoi tra la sua roba scolastica?

Il fatto è che dopo un po’ lo stile di vita del bandito, perché così mi sentivo a sei anni, finisce per darti assuefazione. Rubavo pennarelli e ripulivo la mia fedina nello zaino del tizio a destra. Era un gioco pulito e collaudato. Ma non provavo più quell’emozione adrenalinica. 

Non so come spiegarlo, ma in versione estremamente ridotta ho capito i serial killer come Zodiac. Non volevo essere preso per un pennarello, quando in realtà ero a tutti gli effetti un ladro con molti pennarelli grattati alle spalle. (il termine grattato l’avrei imparato solo molti anni dopo).

Il pericolo c’era ma avrebbe banalizzato il mio talento. 

Così per due giorni smisi di rubare. Feci calmare le acque. Così notai che attorno a me c’era un clima di tensione. Il bimbo a sinistra controllava il suo astuccio nemmeno fosse Fort Apache e quello a destra sembrava paranoico. 

Loro sapevano che qualcosa stava accadendo, ma non osavano dirlo. Uno non voleva passare per fesso e l’altro per ladro. E io, pulito come il sedere di un neonato, avevo davanti a me la possibilità di uscirne pulito. Proprio come tutti i più grandi: Al Capone, Totò Rina e via dicendo.

Non so che dire. Non ho grandi giustificazioni dalla mia parte, se non che la vita da studente modello non era nelle mie corde. Preferivo il crimine.

Così un giorno il bambino sulla sinistra andò in bagno, lasciando il suo astuccio in bella vista. Era uno di quelli imbottiti a tre piani, rettangolare, con cartucciere porta-penne cucite in giallo oro. 

L’equivalente del cavou di una banca per un ladro adulto. Respirai. Non avrei mai potuto rubare pennarelli in quel clima di tensione.

Ad un tratto la maestra decise d’interrogare il bambino alla mia destra, piazzandolo alla lavagna. 

Lo presi come un segno. Probabilmente non ero tagliato per la vita pulita. Ero un criminale.

Quando il ragazzo della destra andò alla lavagna, aprii tutti gli scompartimenti e svaligiai letteralmente il contenuto dell’astuccio. Penne, pennarelli, gomme, forbici, pastelli e chi più ne ha più ne metta. 

Svuotai tutto nello zaino e mi sentii letteralmente liberato. Dio che emozione, che carica, quanta adrenalina. Mi sentivo potente. Sapevo che non sarebbe durata in eterno, ma avevo un piano. 

Quando il bambino tornò dal bagno gridò al furto. Pianse come un vitello sgozzato. Ma io non avevo paura. 

Guardai il volto del bimbo alla lavagna. Era pallido. Vittima inconsapevole di un piano più grande di lui che da settimane viveva come una sorta di punizione divina. 

Nel più totale clima d’isteria mi alzai e dissi ad alta voce “Qui non esce nessuno se non saltano fuori i pennarelli. Controlliamo tutti gli zaini.” dissi, senza palesare nessuna espressione di godimento.

Bene eccomi. Per la prima volta mi stavo effettivamente comportando da figlio di puttana. 

Il bimbo alla lavagna scoppio a piangere dicendo che sua madre non faceva che sgridarlo perché rubava pennarelli e quello a sinistra si lamentava del fatto che i suoi lo trattavano da stupido perché si faceva fregare ogni cosa. 

Ovviamente la maestra vedendo me nel mezzo capì subito la questione e fece chiamare i miei genitori e tutti quanti mi sgridarono, incuriositi però dalla metodologia utilizzata. 

“Tu davvero facevi tutto un pennarello alla volta?”

“Sì.” risposi, senza piangere, come un vero duro.

“E perché poi hai smesso?”

“Perché non volevo che se ne accorgessero.”

Ma la domanda che più m’inquieta tutt’ora è una. Anzi; è la risposta ad essere tremenda per un bambino di sei anni.

Quando mi chiesero come mai l’avevo fatto, risposi che mi stava antipatico il bambino a sinistra, ma poi mi porsero un ultimo quesito: come mai il ragazzo sulla destra?

“Era a destra.” che per un bambino valeva come un: è una vittima sacrificale.

Oggi volevo riflettere su questo, vista la quarantena e la partita a biliardo online andata a farsi benedire.

Pascoli diceva di ascoltare sempre il fanciullino che si trova in noi. Io il mio ho smesso di ascoltarlo, perché faceva cose strane. 

 

Ferdinando de Martino

The 100 | Fantascienza in salsa futuristica | di M. Giacovelli

Fantascienza futuristica in salsa moderna: The 100
Prendente Hunger Games e Lost, mixateli con una buona dose di futurismo e fantascienza. Il
risultato che otterrete, una volta mixato il tutto, è The 100.
La popolare serie americana, sbarcata in Italia nel 2014, racconta la storia di cento ragazzi costretti
a sopravvivere in una terra post-apocalittica. Il pianeta, infatti, è stato reso inabitabile a causa di
una tremenda guerra nucleare, e della popolazione terrestre è rimasta appena una piccola frangia,
costretta ad abitare nello spazio aperto. Nell’arca vige una legge marziale, e tutti coloro che si
ritrovano ad infrangerla vengono condannati a vagare nello spazio aperto.
Un punto di vista alternativo per una trama già vista con Lost
La protagonista della serie è Clarke, una giovane ragazza che viene imprigionata per aver cercato di
divulgare la scoperta fatta dal padre. L’umanità, infatti, è sull’orlo dell’estinzione per via
dell’esaurimento delle scorte di cibo e di aria all’interno della maxi astronave. Per sopravvivere, la
razza umana sarà costretta a tornare in quella che fu la sua casa per millenni, e cento ragazzi
saranno mandati in avanscoperta per verificare che l’ambiente sia, per ora, vivibile e abitabile.
Una volta approdati di nuovo sul loro pianeta natale, i cento scopriranno non solo che la terra è
sopravvissuta, tornando a essere rigogliosa, ma anche inospitale. La natura, infatti, ha ripreso il
sopravvento e cercherà di “respingere” in ogni modo la nuova colonizzazione umana.
Le tematiche non convenzionali sono il punto di forza di The 100.
Al di là della trama, decisamente poco convenzionale, quello che colpisce particolarmente di questa serie sono i temi trattati. Si passa, infatti, dalle conseguenze delle guerre nucleari alla legittimità dell’uso della legge marziale in situazioni di emergenza, sino a parlare anche di libertà e di rispetto per la natura.
Ogni episodio cerca di affrontare una prospettiva diversa del problema, senza però tralasciare gli esseri umani, i veri protagonisti dell’opera. Per chi fosse alla ricerca di una serie
fantascientifica e futuristica decisamente non convenzionale, The 100 è la risposta migliore.
Margherita Giacovelli
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Deception | Il Dramma delle serie cancellate | di M. Giacovelli

Tra le tante serie tv bloccate dal giudizio di critica e pubblico, una merita particolare menzione. Stiamo parlando di Deception, crime a tema illusionistico andato in onda per la prima volta nel 2018. Questa serie TV è stata stroncata dopo appena tredici episodi, ma nonostante una trama barcollante, la prova attoriale dei protagonisti merita di essere analizzata e valorizzata.

Gli attori sono stati la vera forza di questa serie
Il segreto del successo di questa serie sarebbe dovuto essere il cast, composto da attori esperti e che hanno centrato in pieno il loro obiettivo: rendere credibili i propri personaggi. Jack Cutmore-Scott, nel doppio ruolo dei gemelli Black, ha offerto una prova davvero di sostanza. La sua capacità di adattarsi repentinamente a due caratteri totalmente agli antipodi è stata la vera forza della serie. Tra i comprimari, va esaltata la figura di Vinnie Jones, ex calciatore gallese capace di reinventarsi attore dopo aver appeso gli scarpini al chiodo. Nonostante sia un nome poco noto al pubblico nostrano, la sua filmografia è davvero ricca di pellicole importanti, dagli X-Men a Chuck, da Eurotrip a Psych.
Peccato, però, che abbia avuto davvero troppo poco spazio all’interno di Deception: avrebbe potuto risollevare le sorti della serie.

Una trama che non si sorregge ha condannato la serie
Partiamo, invece, con i punti deboli, che possono essere riassunti in un’unica macrocategoria: la trama. Infatti, il vero tallone d’Achille di questa serie sono stati i suoi stessi creatori, capaci di creare una storia poco realistica e che ricalca altri cult del genere come The Mentalist. L’incipit, in realtà, è molto semplice. A causa di uno scandalo in cui è stato coinvolto il fratello, l’illusionista Cameroon Black è costretto a collaborare con l’FBI per risolvere una serie di strani e inspiegabili crimini. Nei tredici episodi ci si inoltrerà in ambientazioni sempre più gotiche e misteriose, fino a scoprire una società segreta.

 

Margherita Giacovelli

Tutto l’amore a modo mio | Diario di uno scrittore in quarantena | F. de Martino

Quando si parla d’amore è complicato esprimere il proprio pensiero. Sono stato davvero innamorato solamente due volte.

E da quando mi sono sposato ho riflettuto molto sul concetto di amore.

In questo campo sono come quei cani che vengono maltrattati da cuccioli e per quanto si cerchi di coccolarli, finiscono irrimediabilmente per scambiare una carezza con una possibile bastonata. 

Però a conti fatti se analizzo le mie storie sono stato un grande stronzo con molte ragazze che ho illuso, esattamente come loro hanno illuso me. Non è stata una guerra impari. Il fatto è che, però, l’amore è il contrario della guerra.

Questa cosa l’ho imparata solo dopo essermi sposato. Iniziando a vedere il mondo con gli occhi di una persona dieci volte più pura di me, ovvero mia moglie.

Da buon misantropo non avrei avuto nessun problema a recludermi in casa venti giorni davanti al monitor freddo di un computer fregandomene del mondo, ma un giorno qualcuno ha messo sulla mia strada una persona che mi ha fatto capire che è tutta una questione di angolazioni.

E non parlo in senso metaforico. Durante il nostro primo appuntamento, davo le spalle al panorama di Genova e lei ad un certo punto mi ha detto “Ma come diavolo fai a sederti lì, ignorando il panorama?”

Dentro di me pensavo: quale panorama.

Poi mi sono voltato e ho visto Genova per la prima volta, nonostante vivessi in quella città da più di vent’anni. Fu meraviglioso.

Da qual momento qualcosa è cambiato. Ho accettato da buon cane maltrattato di non precludermi le carezze per il rischio di essere bastonato. Il gioco vale la candela.

Adesso sto guardando il gatto dei miei dirimpettai. O forse è la gatta? Da qui non posso dirlo con precisione, ma mi sembra che abbia delle movenze femminili, quindi credo che sia la femmina.

Parlando con loro ho scoperto che la mia dirimpettaia fa un lavoro meraviglioso. Dà da mangiare ai delfini o almeno questo è quello che ho capito io.

Immagino che per quei mammiferi lei rappresenti una sorta di divinità perché si occupa di loro e non essendo l’unica, probabilmente i delfini devono aver sviluppato una sorta di credo politeista fatto di dèi e dee a contratto determinato. 

Anche in questo vedo amore. 

Nella gabbia degli squali la questione dev’essere differente. Probabilmente loro vivono in un universo in cui chi dà loro il cibo è solo un probabile piatto più succulento ma anche loro avranno il loro modo di amare. Oppure incarnano la voglia di Prometeo di rubare agli dèi qualcosa, magari l’amore stesso.

Non so se sto imparando qualcosa da questa quarantena e da tutto questo male che ci circonda, ma so di voler mettere più amore in quello che scrivo. 

Elisa, una mia amica, ha detto che ce n’è bisogno e voglio crederle e concederle il beneficio del dubbio.

Chissà che un cinico convinto non si trasformi un giorno in un figlio dei fiori. Per il momento il mio pollice verde fa schifo quindi c’è ancora tempo.

 

Ferdinando de Martino

CSI | Classico per eccellenza | di M. Giacovelli

C’è una serie TV talmente longeva e conosciuta che il solo nome risveglia una sorta di unica coscienza collettiva. Il titolo è composto di una sigla di tre lettere che, al solo sentirle nominare, porta alla mente immagini di omicidi, inseguimenti, interrogatori feroci e, soprattutto, tanto, tanto splatter. Da quasi un decennio accompagna le nostre cene su Italia Uno, e la Mediaset ha perfino deciso di aprire un canale tematico con questa serie come programma di punta.
Stiamo parlando, ovviamente, di CSI.

Diversi distretti, stessa formula: un format che ha fatto scuola
Esistono diversi formati di questa serie TV, a seconda della città in cui essa è ambientata: da New York a Miami, da Los Angeles a Quantico. Non importa la collocazione geografica, il format è sempre lo stesso e funziona dannatamente bene. Ogni episodio si apre con un omicidio, la cui indagine si sviluppa durante il corso della puntata. Appena un’ora di caccia all’uomo, in cui super poliziotti, con un senso della giustizia degno del miglior marines, riescono a smascherare il colpevole a suon di analisi di laboratorio ed ispezioni al microscopio. E’ questa la vera forza della serie: riesce a comprimere in appena una puntata mesi e mesi di lavoro di una qualsiasi squadra della scientifica, rendendo il ritmo estremamente incalzante.

Il segreto di CSI: una trama semplice e sempre attuale
La trama semplice, ma efficace, è il vero colpo di genio. Gli episodi si sviluppano verticalmente, mentre la storia orizzontale non ha grossi sviluppi. Questo sistema è estremamente funzionale ad un sistema televisivo come quello nostrano, dove le stagioni non vengono rispettate e l’importante è solo avere quel programma tappabuchi tra il telegiornale e la prima serata. Non conta, alla fine, se sia Mac, Grissom o Horatio a catturare il cattivo di turno. Quello che è davvero essenziale è che ogni sera, alle ore 19:00, si apra una nuova caccia all’uomo.  

Margherita Giacovelli

The End of the f *** ing world | Fate sfogare questi adolescenti |F. de Martino

Ho finito di guardare la serie osannata da tutti come un capolavoro generazionale: The End of the f *** ing world.

Cosa posso dire su questo prodotto che non sia ancora stato detto o scritto, come in questo caso. Beh, tanto per cominciare la fotografia è eccellente e la colonna sonora mette i brividi da quanto riesce a farti stare bene.

La storia della psicopatia e della voglia di uccidere questa povera ragazza che smania per essere amata dal ragazzo regge fino a quando tutto quel parlare di sesso sfocia in niente sesso? Ma che adolescenti sono questi?

Fermate gli animi, non sto dicendo che la serie NETFLIX sia brutta, ma fatevela una sveltita dai. Ore passate a parlare di sesso, ammiccamenti e poi niente. Cavolo, ma qualcuno ha mai visto Skins? No, perché l’hanno prodotta gli inglesi e lì sì che si parlava di adolescenti veri. Dotati d’impulsi, sangue nelle vene, polmoni e cervello.

Ogni otto secondi non facevo altro che dire a mia moglie “Adesso telefono allo sceneggiatore e gli dico che se i pischelletti non fanno l’amore come Dio comanda vado ad ammazzarlo, fottendomene del corona virus”.

I personaggi sono estremamente credibili e la protagonista femminile è sensazionale. Si sa che gli inglesi quando si mettono a girare un telefilm lo fanno bene, vedi Sherlock , ma se i due protagonisti di questo telefilm pieno di sangue e cliché ci avessero regalato qualcosa di più di un mezzo fellatio, forse mi avrebbero risparmiato un paio di calate di palpebre.

In una classifica da uno a dieci potrebbe prendersi un bel…

Visto? A nessuno piace non avere una conclusione.

 

Ferdinando de Martino

Cosa ci spinge a sperare ancora nella quinta stagione di Sherlock? | di M. Giacovelli

Quattro stagioni di pura suspence, passate ad inseguire criminali che camminano sul sottile confine tra follia e genio. É facile capire il segreto del successo riscosso da “Sherlock”, la serie TV targata BBC che ha trasposto le avventure del detective vittoriano nel ventunesimo secolo. Difficile, invece, è capire perché i fans siano ancora in attesa di una quinta stagione, nonostante un finale maestoso. 

Sherlock: i segreti di una serie iconica
Ognuna delle quattro stagioni di Sherlock ha avuto appena tre episodi e ciascuno di essi dura almeno novanta minuti. Una follia, considerando che il format prevede una media di quarantacinque minuti. Eppure, questa formula ha riscosso un successo enorme, con acclamazioni da parte di critica e pubblico. Benedict Cumberbatch (Sherlock Holmes) e Martin Freeman (John Watson) sono riusciti dare nuova linfa vitale ad una trama che ormai è stata rivisitata decine di volte. Sherlock, rispetto alle altre interpretazioni, si è distinto grazie a dei personaggi convincenti, macchinazioni ben ordite e un ritmo narrativo serrato. Lo spettatore riesce a godere di un costante senso di suspance e un’ora e mezza di puntata trascorre senza mai un momento di noia. I nemici sono credibili e temibili, ed in alcuni casi riescono persino ad oscurare i protagonisti. Camminano su un sottile confine tra malvagità e follia ed è per questo che il pubblico li ama. Andrew Scott, in particolare, è stato il miglior Jim Moriarty di sempre e il suo ritorno nell’ultimo episodio della quarta stagione (anche se sotto forma di flashback) è stato il giusto tributo ad un personaggio divenuto iconico.
Il cast ha lavorato in maniera armoniosa nonostante le diverse frizioni tra Benedict Cumberbatch e Martin Freeman, emerse solo dopo il finale della quarta stagione. Lo scoglio più difficile da superare per una quinta stagione, in fondo, sono proprio Sherlock e Watson.  

Perché il pubblico continua a sperare in un ritorno di Sherlock?
Quella sensazione di sospensione, rimasta intatta per tutte e quattro le stagioni, viene riproposta anche nel finale di serie. È per questo, forse, che gli spettatori più accaniti sono ancora in attesa di una quinta stagione.
Dalla lotta finale con Eurus sono già trascorsi tre anni. Mille giorni, nel mondo delle serie TV, sono un tempo infinito. Eppure i fans continuano a sperarci. In fondo, sognare non costa nulla.

Margherita Giacovelli

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Gepostet von L'Infernale Edizioni am Donnerstag, 26. März 2020

EVA GREEN NUDA | Diario di uno scrittore in quarantena |

Lavorando stiamo ascoltando-guardando il Live Aid dei Queen. Che diavolo di tiro aveva quell’uomo. 

Ho giocato a biliardo online e sto ottenendo un discreto punteggio. È un gioco divertente e fa passare il tempo. 

Leggendo un racconto di una mia allieva ho provato una bella emozione. Arrivato alla fine ho sussurrato tra me e me con fare silenzioso “Direzione giusta, ragazza”.

Insegnare è la parte che al momento mi tiene più allegro. Ricercare i giusti autori e ascoltare i dubbi e le vite dei miei allievi è vitale nel senso più viscerale del termine.

Scrivere questa rubrica è un po’ come eludere Eva Green. Mi spiego meglio.

Gli psicologi utilizzano un termine di Churchill per descrivere la depressione: cane nero.

Hanno girato anche un cortometraggio su questo cane nero che finisce per condizionare la tua vita. Il web l’ha amato, io no. Non lo trovo veritiero e mi sembra che solamente in bocca a Churchill alcune parole potessero avere un certo tono. Cioè lui combatteva contro i nazisti, io devo correggere delle bozze e questo mi fa sentire incredibilmente in difetto. Non è che vorrei dei nazisti da combattere, perché abbiamo già questo virus di mezzo che basta e avanza. 

Tuttavia non mi sento portavoce di una generazione di malinconici, ma la mia sindrome è più simile a Eva Green nuda, che ti guarda coi suoi occhi verdi. Immaginate la vostra vita con Eva Green nuda sempre accanto a voi. Potreste tranquillamente non guardarla durante un aperitivo con gli amici, ma quale stupido non guarderebbe Eva Green nuda? Io almeno non ci riesco.

Lei è sempre stata lì. Tu provi ad andare avanti e lo fai; lavori, vivi, ami e via dicendo. Ma lei è lì.

Ti vuole ed è così seducente che non potresti dirle di no nemmeno in un milione di vite. Poi è tutta roba che sta nella testa; non è un tradimento.

Lei vuole fare l’amore con te. Magari sei al bar con due amici a bere caffè; loro non se ne accorgono ma tu stai facendo sesso con Eva Green e lo state facendo in maniera violenta con graffi e tirate di capelli.

Da scrittore provo a giustificare tutto con l’arte e dico ad Eva “Guarda che le sculture non le puoi distruggere nemmeno te. E i libri? Che mi dici dei libri Eva? Nemmeno quelli puoi toccare. Noi creperemo tutti, ma i libri vivranno per sempre.”

E lei ti guarda con quegli occhi ammalianti mentre, a cavalcioni su di te, cavalca come una valchiria verso l’orgasmo e ti dice “No tesoro. L’entropia si porterà via tutto. Sparirà tutto. Dalla Pietà di Michelangelo ai tuoi libretti. Ma io sono qui e tu pure, quindi andiamo avanti.”

Capite la situazione? Sinceramente se devo convivere con un qualcosa che condiziona ogni parte della mia esistenza preferisco che sia Eva Green nuda e non un cane nero. È una semplice questione di punti di vista.

Mi telefona Grazia Buscaglia, la mia autrice e chiacchieriamo al telefono. Dice che la risposta è accanto a me e che quando ci siamo conosciuti ero una persona diversa, poi è arrivata mia moglie e il grande cambiamento.

Dovresti guardala più spesso, mi dice, e forse ha ragione. Quando la guardo Eva si innervosisce, perde la pazienza, ma dopo un po’ si zittisce.

Sparisce e poi ritorna, come fanno tutte le grandi dive, ma una boccata d’aria te la concede. 

Fortunatamente sto correggendo le bozze di una scrittrice. Davanti a me, sdraiata sul tavolino su cui poso i piedi c’è Eva Green nuda che mangia dell’uva.

Io guardo Irene e sento lo sguardo di Eva irrigidirsi. È gelosa. Prende e se ne va. 

Torno a lavorare. 

Irene mi chiede qualcosa e io le rispondo con un secco “Sto lavorando.”facendola innervosire.

“Potresti evitare di rispondermi sempre così male?” mi chiede.

E io vorrei farle capire che solamente qualche minuto prima Eva Green aveva abbandonato la stanza perché guardavo lei completamente ammaliato dal suo tutto. Se glielo dicessi penserebbe che io sia pazzo. Ma per ignorare Eva Green nuda che mangia dell’uva il mio amore dev’essere immenso. 

Vi saluto popolo della carta stampata. Adesso io ed Eva indosseremo la mascherina e andremo a fare la spesa. 

 

Ferdinando de Martino

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Dark: l’ossimoro televisivo che ha appassionato i nostalgici di Lost | di M. Giacovelli

Su Dark si susseguono pareri discordanti. Tanti. Forse troppi. Leggendo solo la trama verrebbe spontaneo paragonarlo a Strangers Things, dove il senso di alienazione e solitudine fanno da padroni, ed é forte l’inquietudine che pervade lo spettatore. In realtà, entrando nel vivo della serie, é quasi naturale il paragone con Lost, il drama da cui maggiormente ispirazione.

Dark: la Lost europea che coinvolge e travolge
Un parterre di personaggi, protagonisti e co, che si susseguono di puntata in puntata, creando un intreccio di difficile risoluzione. Il picco d’attenzione di ogni puntata è marcato da quella polifonia tragica degna di un capolavoro come Lost. Non è semplice, infatti, mantenere in maniera così pressante la scena, travolgendola con continui sconvolgimenti che si alternano ad un paradossale, ma strategico, piattume.
E’ come avere una costante sensazione di palpitazione, un batticuore continuo coadiuvato da un respiro calmo, rilassato. Questa alternanza ha reso una serie tedesca di nicchia in un capolavoro di fama mondiale, un ossimoro televisivo unico.
Dark é non é una semplice produzione tedesca, é la rappresentazione di tutta l’oscurità che si può celare dietro una cittadina della Renania, di quelle in cui mai ci si aspetterebbe possa succedere qualcosa. Storie di persone scomparse ed eventi inspiegabili, fotocopia di una dinamica  ripetutasi a trent’anni di distanza.

Una ritmo feroce per una trama piena di mistero: la formula del successo di Dark
2019. Un ragazzino scompare misteriosamente, senza lasciare nessuna traccia di sé. Le indagini conducono ad un vecchio caso aperto trentatré anni prima. Stesse modalità, stessi misteriosi fatti che si ripetono e protagonisti indissolubilmente legato tra di loro da un legame di sangue: sono nipote e zio.
La trama si sviluppa su cinque livelli, a seconda dell’anno di narrazione. Passiamo, infatti, dal 1921 al 2052 grazie al principio dell’autoconsistenza, una tecnica che permette ai protagonisti di muoversi su più piani temporali senza poter intervenire negli eventi che stanno guardando. Il passato, in quanto tale, è immutabile.
Il ritmo di narrazione incalzante, le tematiche cupe e mai banali ed una costante sensazione di pericolo: sono queste le principali chiavi di lettura che incoronano Dark come uno dei nuovi capisaldi del piccolo schermo. 

Margherita Giacovelli

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Gepostet von L'Infernale Edizioni am Donnerstag, 26. März 2020

I villain di cui non fidarsi mai: la str**** dell’interno 23
 | di M. Giacovelli

Il mondo delle comedy non è soltanto un contenitore di favole, un universo parallelo dove, con l’evolversi delle trame, situazioni drammatiche vanno risolvendosi. Spesso, però, questi castelli incantati e sfavillanti si trasformano in un autentico viale dei sogni infranti, dove audience e budget sono i tiranni che riescono a trionfare sul bene. Sono tantissime le serie tv sospese anzitempo a causa di questi fattori, ma una particolare menzione la merita “non fidarti della str**** dell’interno 23”.

Una coppia esplosiva rivoluziona la grande mela
Questa serie racconta le vicende di June e Chloe, due eccentriche coinquiline newyorkesi che si ritrovano a vivere la Grande Mela con due stili diametralmente opposti. June è la tradizionale biondina acqua e sapone, con un cuore grande e un’incommensurabile fiducia nel mondo. Nonostante questo carattere aperto, la ragazza non è decisamente indifesa. Sa graffiare quando la situazione lo richiede, e le sue battute taglienti non risparmiano nessuno.
Chloe, invece, è la burattinaia della situazione, la str**** di cui non fidarsi. Subdola e tentatrice, tende sempre a cercare di imbrogliare il prossimo, nel tentativo di guadagnare qualche dollaro o trarre vantaggio dalle situazioni. Dietro questo comportamento da vero villain, si nasconde però un cuore fragile, offeso e ferito dalle troppe amarezze che le ha riservato la vita.

Dawson ha trovato casa a New York
Questa esplosiva coppia ha dato vita ad una lunga serie di equivoci, battute e situazioni paradossali, che si sono protratte per tutte e due le stagioni andate in onda. I fraintendimenti sono stati i veri ed indiscussi protagonisti di questa avvincente trama. A fornire loro ulteriore supporto, per situazioni davvero al limite, vi era anche James Van Der Beek, l’indimenticabile protagonista di uno dei teen drama di maggior successo degli anni ’90: Dawson’s Creek. L’attore veste i panni di sé stesso, un attore in difficoltà che non riesce a distaccarsi dall’iconico personaggio interpretato in passato. In queste vesti, l’attore arriverà a dissacrare il suo alter-ego, trovando finalmente la propria identità.
Infatti, è proprio grazie a questa parte che Van Der Beek riuscirà a trovare nuovamente spazio sul piccolo schermo, grazie a produzioni come Cyber CSI, Modern Family e Pose.

Una favola durata troppo poco
Questo mix esplosivo permetterà allo spettatore di addentrarsi in una nuova ed innovativa visione della Grande Mela. Un mix di sagacia esplosiva e ironia, che indurrà il pubblico ad amare con tutto sé stesso la str**** dell’interno 23. Due stagioni sono davvero poche, e questa serie, a malincuore, non è riuscita ad esprimere le sue piene potenzialità. 

Margherita Giacovelli

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Gepostet von L'Infernale Edizioni am Donnerstag, 26. März 2020

Ep1 |Diario di uno scrittore in quarantena |

Era bellissima, ma su questo torneremo dopo.

Dovrebbe essere all’incirca il quattordicesimo giorno di quarantena. 

Mi affaccio spesso dalla finestra e guardo la mia città deserta. Parlo con i miei dirimpettai che hanno due gatti. Gridiamo da una finestra all’altra mentre qualcuno spara musica dai diffusori di un qualche palazzo in lontananza. Non parliamo di massimi sistemi, ma quattro chiacchiere distaccate su come il mondo stia andando a rotoli possono salvare le giornate. 

Mia moglie è al computer e disegna sulla tavoletta grafica. Aveva preso uno studio poco prima che scoppiasse la pandemia, per fare una divisione netta tra casa e lavoro. Ora quella divisione non esiste più e, in pratica siamo colleghi e amanti di un piccolo universo in cui esistiamo solo noi. 

Io vado a fare la spesa, a buttare l’immondizia e in farmacia. Per il resto leggo, lavoro, gioco a biliardo online e litigo con mia moglie che non vuole che fumi, ma di tanto in tanto una sigaretta esco a farmela con la scusa della spazzatura o dell’eroismo intrinseco nell’andare a fare la spesa con il covid in giro.

Le nostre segregazioni sono differenti e altalenanti. Le mie, sedate dagli ansiolitici e le sue lucide e malinconiche.

Vorrei portarla a fare una passeggiata. 

Ieri, mentre andavo a fare la spesa è accaduto qualcosa. Credo che sia lo stesso qualcosa  scattato in London quando vide per la prima volta un cane.

Me lo immagino Jack London davanti a un molosso a pensare “Ma sai che su questa cosa dei cani che covano dentro un po’ la voce selvaggia dei loro avi ci potrei scrivere qualcosa?”. 

Ero in strada e mi sembrava di essere entrato in uno di quei libri distopici in stile Il Mondo nuovo o nel film L’Esercito delle dodici scimmie. Tutti con le loro mascherine a un metro di distanza. Nessuno parla. Tutti isolati con la testa china sui cellulari a cercare informazioni, soluzioni, siti pornografici, distruggere altri esseri umani sui social network e vie dicendo.

Stiamo tutti in fila e in strada una serie di linee di nastro rosso delineano le distanze da rispettare. Chi entra nel supermercato e vuole anche della frutta deve fare una fila a parte. 

In quanto editore il mio pensiero costante è il suicidio, perché il digitale è una risorsa, ma grazie a questa pandemia ci stiamo accorgendo di quanto sia fondamentale l’analogico.

Vado dal macellaio dopo aver fatto la spesa e compro delle fettine da fare in padella.

Gli chiedo come procede l’attività e lui risponde che non c’è male.

“Tirerei sotto col camion quelli che corrono, però!” conclude bestemmiando.

Prendo le fettine ed esco. Mia moglie è fissata con le verdure e mi ha fatto una lista sul cellulare. Non  so come ma anche questa volta dimenticherò qualcosa. 

Mentre mi avviavo verso il fruttivendolo, tiro fuori il portafogli per evitare di farmi trovare impreparato, perché per una conta di monetine di questi tempi ci si possono beccare degli insulti anche pesanti e Corona Virus o non Corona Virus io non amo essere insultato.

“Ehi tu.” sento.

Continuo a camminare quando una ragazza mi supera sulla destra e mi si piazza davanti, rispettando il metro di distanza.

“Ti sono caduti questi.” dice.

Era bellissima. Una di quelle donne delle quali avrei potuto innamorarmi prima d’incontrare mia moglie. Dev’essere dell’Africa del Nord. 

Guardo le sue mani. Dovevano essermi caduti a terra quindici euro. Lei li aveva raccolti e me li stava restituendo cercando di mantenere le distanze. 

In quello stesso momento qualcuno si stava spegnendo per sempre in uno dei tanti ospedali e lo stava facendo lontano da parenti e famiglia. 

Era un periodo terribile. E poi c’era quella ragazza bellissima che mi stava dando quindici euro.

“Grazie.” dissi io. 

Li presi e mi accorsi che quello era uno dei rarissimi contatti diretti degli ultimi giorni. 

“E di cosa.” e vola via.

L’idea di tornare a casa e rimettermi al timone della Casa Editrice, della scuola e dei corsi mi metteva l’ansia. 

Ogni giorno mi metto davanti al computer e provo a lavorare, scrivere, fare conferenze, lezioni mentre il mondo sta andando a rotoli.

Quando scrivo, ultimamente, lo faccio con lo stesso umore di uno dei musicisti del Titanic.

Credo che questa situazione non faccia bene a chi soffre di depressione o disturbi mentali. Personalmente vivo le mie giornate affrontando il mio disturbo con sertralina, bromazepam, alprazolam e il mio preferito: il lormetazepam, ma si sa, io sono uno all’antica. 

Leggo di un sacco di persone che vivono le loro depressioni facendosi foto sexy ciucciando mandarini su internet e mi viene da pensare che quasi quasi la reclusione non è poi così male. Ho una donna meravigliosa, del cibo, dell’acqua e dei medicinali generici pronti all’uso. 

Quel contatto con la ragazza che mi ha restituito i soldi per strada mi ha fatto sentire qualcosa. È raro che io senta davvero qualcosa. 

La notte, ad esempio, quando abbraccio Irene e lei mi scosta nervosamente perché ha caldo, io continuo ad abbracciarla, perché i contatti mi fanno ancora sentire qualcosa.

 

Ferdinando de Martino

Dello stesso autore:

Le migliori family-series del nuovo millennio | di M Giacovelli

La sit-com è uno dei più tradozionali format di serie tv: da Friends ad How I Met Your Mother, da Scrubs a Willy, il principe di Bel-Air, la struttura è sempre la stessa. Lo spazio a disposizione degli autori è di circa venti minuti, ed in questo breve lasso di tempo è necessario sviluppare sia delle trame verticali, sia un breve accenno di trama orizzontale, in modo tale che, per lo spettatore, non sia un dramma perdere anche solo un episodio.
Questo schema, però, si amplia all’ennesima potenza quando i protagonisti delle vicende raccontate sono  famiglie. Le family-series, in America, si sono tramutate in dei veri e propri cult che hanno avuto le proprie origini negli anni ’80, con Happy Days, il The Bill Cosby Show (I Robinson) e Family Matters (Otto sotto un tetto). Nel nuovo millennio, invece, sono altre le family-comedy che si sono insinuate nei nostri cuori, divenendo dei veri e propri capi-saldi di questo genere. Ecco quali. 

La vita secondo Jim

Jim Belushi è una leggenda vivente di Chicago. Dopo aver sfondato con il film “The Blues Brothers”, indimenticabile pellicola del 1980, ha dato il via ad una carriera senza eguali, segnata da un successo dopo l’altro. Nel 2001 ha iniziato l’avventura nella comedy “La vita secondo Jim”, che nell’idea degli autori sarebbe dovuta essere una sorta di umanizzazione dei Simpson. Un padre di famiglia irresponsabile che si destreggia nel crescere tre figli.
La serie, con il passare del tempo, si è tramutata in un vero e proprio tribute all’inestimabile carriera di questo straordinario attore. Otto stagioni di risate, gag al limite della follia e situazioni paradossali, hanno degnamente celebrato questa celebrity della tv americana.

The Black-ish

Nel tradizionale pomeriggio di Italia uno non può mai mancare, da qualche anno a questa parte, the Black-ish, altro capolavoro della televisione comedy made in USA. Le vicende ruotano attorno alla vita della famiglia Johnson, una tradizionale famiglia di colore che è riuscita a sfondare nel lavoro e nella vita. Il perno della serie è la grande ironia con cui viene trattato ogni argomento, dai tradizionali stereotipi attribuiti agli afro-americani alla discriminazione, che appare con irruenza ad ogni occasione. Non mancano, però, momenti di grande serietà, che celebrano i grandi successi dell’indipendenza di questo straordinario popolo. Andrew e Rainbow sono due personaggi perfettamente complementari, che si supportano e si fanno forza a vicenda, mentre i cinque figli, i quattro nonni, zii, cugini ed amici di famiglia contribuiscono a rendere decisamente pittoresca ogni giornata.

Modern family

Undici stagioni sono state necessarie per raccontare il capolavoro coniato da Christopher Lloyd e Steven Levitan. Modern Family è il prototipo del family show perfetto, che riesce ad alternare momenti profondamente toccanti a picchi di ilarità fuori da ogni schema. La trama racconta la storia di tre nuclei famigliari che si intrecciano perfettamente tra di loro, tra rapporti di parentela, amicizie e sane rivalità. La tecnica narrativa utilizzata per comporre la serie, quella del falso documentario, è decisamente fuori dagli schemi, ma riesce a rendere giustizia ad ogni personaggio, dando a tutti il giusto spazio. La forza di questo gruppo, nemmeno a dirlo, è proprio la famiglia. 

Margherita Gicovelli

 

Come scrivere un buon SOGGETTO |

Quante volte le idee ci sfuggono oppure le imprimiamo su carta, ma poi dopo qualche minuto iniziano a sembrarci stupide? Questo accade perché l’ideazione del soggetto è un po’ come l’idea che si trova alla base del disegno architettonico di una casa. Non è il progetto, ma l’intuizione.

Avere un soggetto solido vale per ogni tipologia di scrittura, da quella cinematografica a quella seriale, dal libro fino al teatro.

Lavorare con la scrittura è un lavoro complicatissimo e pieno di compromessi con se stessi e, soprattutto con il mondo che ci circonda. E non esiste un percorso identico per tutti per arrivare a partorire un buon soggetto.

Con la nostra scuola tendiamo a portare gli iscritti a quel livello di produttività in grado di generare quella sequenza di soggetto-appunti-bibbia dei personaggi-manoscritto.

Info sul nostro corso qui sotto.

Essere uno scrittore non vuol dire vivere come Hank Moody di Californication, serie televisiva incentrata su di un fittizio scrittore americano. Essere uno scrittore è una questione di vita, morte ed egoismo; sì, perché dovrete rinunciare a tanto.

Che prezzo ha tutto questo? Personalmente credo che partecipare al nostro corso o a uno dei tanti che potrete trovare sia utile per raffrontarsi con persone che lavorano nel campo. Ogni struttura ha la sua peculiarità. La nostra scuola, ad esempio ha quella di essere annessa all’Infernale Edizioni e di terminare il corso con una pubblicazione, accompagnando il nuovo autore nel mercato editoriale.

L’importanza del soggetto è basilare e questa è solo una delle tante cose che il corso affronterà con ogni futuro autore.

In Califorinication, appunto, il soggetto è molto semplice: Il cliché autodistruttivo dello scrittore debosciato deve riconquistare la sua dolce metà, affogando i giorni in un mare di alcol e le notti in un fiume di sesso.

Semplice e diretto. Il soggetto dev’essere sincero e venire dalla parte più pura del meccanismo artistico. Il tempo per sporcare il lavoro verrà dopo.

Se siete interessati ai nostri corsi potete cliccare il link a metà dell’articolo o scrivere direttamente all’indirizzo: [email protected]

 

Ferdinando de Martino

“Thirteen reason why”: una narrazione avvincente per una delle serie tv più discusse di sempre | di M. Giacovelli

“Thirteen reason why” è una di quelle serie tv senza mezze misure: o si ama, o si odia. Lo spettatore si trova catapultato all’interno delle tragedie adolescenziali della Liberty High School, culminate con il suicidio di Hannah Backer.
Piccola premessa fondamentale: la serie TV è ispirata all’omonimo romanzo di Jay Asher.

Un espediente narrativo che ti lascia col fiato sospeso
Particolarmente interessante è l’espediente narrativo che è stato utilizzato per rivelare le ombre che avvolgono questa triste vicenda. Nei tipici polizieschi americani sono gli investigatori a risolvere il caso. Uomini perfetti, senza macchia e senza paura, pronti a gettarsi nel fuoco pur di sbattere dietro le sbarre il cattivo di turno. In Tredici, invece, sarà Hannah stessa a rivelare le vicende che la hanno spinta a suicidarsi, attraverso un audio-racconto di tredici cassette, destinate ai presunti colpevoli. Si scopre, infatti, che ogni storia è collegata ad un determinato episodio, che ha inciso in maniera negativa sulla psicologia di Hannah, sino a condurla al gesto estremo.

Clay Jensen: un protagonista che non muove le fila della trama
Lo spettatore, però, non si trova ad empatizzare con la vittima, ma con Clay Jensen, compagno di scuola di Hannah profondamente innamorato della ragazza e protagonista del nastro 6A. Lo studente, infatti, si getterà in una folle rincorsa alla ricerca della verità, che lo costringerà a confrontarsi con i demoni della ragazza. L’espediente narrativo è geniale, perché lascia col fiato sospeso il pubblico dalla prima all’ultima puntata: la volontà del creatore della serie, Brian Yorkey, è quella di indurre in errore lo spettatore, facendolo inciampare negli stessi dubbi in cui incappa il giovane Clay. La trama, sotto questo punto di vista, è stata ben strutturata e realizzata con grande cura.

Tredici non è fedele al libro, la scelta ha pagato?
Quello che non ha convinto di questa serie è la scarsa fedeltà rispetto alla storia originale. Nel romanzo di Jay Asher, ad esempio, Clay non è la cassetta numero 11, ma la numero 9. In questo modo, infatti, si perde larga parte dello spannung che si è andato a creare nel romanzo, rendendo il tutto meno macabro di quanto non sia nel libro. Anche le tempistiche cambiano: nella serie tv il protagonista ha diversi giorni per ascoltare i nastri ed interagire con gli altri protagonisti, mentre nella storia originale il contenuto delle cassette viene consumato nel corso di una notte, rendendo quella folle corsa ancor più disperata.

Nonostante queste incongruenze, però, il personaggio di Clay risulta decisamente rinforzato dalla serie TV. Nel libro, si evince quanto il ragazzo sia poco dotato di spina dorsale, sia per non essersi mai dichiarato ad Hannah, sia per non aver agito attivamente durante il corso della vicenda. Durante la serie tv, invece, lo studente prende diverse volte la situazione in mano, deciso ad arrivare alla verità.

Sta dunque allo spettatore esprimere il proprio giudizio su questa serie: tra fans e detrattori, la guerra è ancora aperta.
Ah, piccola nota per i posteri: la seconda e la terza stagione, in realtà, NON esistono, non sono mai esistite e non esisteranno mai. 

 

Margherita Giacovelli