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L’Infernale #1 è nato – RIVISTA NARRATIVA

Siamo arrivati alla creazione del primo numero dell’INFERNALE.

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Creare una rivista letteraria dedicata al mondo degli scrittori è stato un parto, ma il travaglio è finito. Adesso è il momento di festeggiare la nascita di questo ritrovo per autori e lettori.

In questo primo numero troverete interviste, racconti e approfondimenti. La copertina sarà più esplicativa di mille parole essendo una rivista e in questa abbiamo deciso d’immortalare un momento di una presentazione di Grazia Buscaglia, autrice di “Rosso come la neve”.

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La parola con la A | Amazon e l’editoria | di Ferdinando de Martino

Le ultime news aziendali del colosso americano hanno scatenato un discreto scalpore nel mondo dell’editoria e della distribuzione. Librai, scrittori, editori e distributori a favore o contro Amazon stanno tweettando parole come dardi incendiari gli uni contro gli altri. Ma cos’è accaduto realmente? Chi o cosa danneggerà la nuova politica distributiva? E, soprattutto, potrebbe essere un bene per l’editoria?

Partiamo con la semplice descrizione del fatto. Da quando Amazon  si è imposto come mercato a se stante per la vendita di libri ha generato una tipologia di concorrenza che le librerie italiane non erano in grado di gestire se non con i mezzi pesanti. All’inizio si pensava ad una sorta d’ipotetico patto, una duplice intesa tra Feltrinelli e Amazon ai danni di Mondadori.

È inutile negarlo, Feltrinelli stava iniziando la sua ascesa e Mondadori si trovava in recessione, così prevedendo quella che poi si è dimostrata la bolla dell’eBook, Feltrinelli ha stretto una partnership con Amazon. Immaginate il tutto come un banchetto medievale durante il quale, mangiando un cosciotto di pollo, re Feltrinelli chiede al duca di Amazon “Questa mirabolante tecnologia dell’ebook è affare vostro, ma alla fine siamo entrambi nel mercato dei libri, perchè creare una guerra tra me, voi e il gran reame di Mondadori?”

“Che soluzione avete in mente, altezza?” chiese incuriosito il duca di Amazon.

“Semplice. In due… io e lei daremo vita ad un regno grandioso. Voi vendete libri digitali e cartacei, noi pure. Voi vendete il vostro apparecchio per leggere (KINDLE). Concedeteci la possibilità di vendere il suddetto strumento nelle nostre librerie e avremo un’accordo.”

Il duca di Amazon sorrise incredulo. Non poteva credere che un monarca di quel calibro potesse realmente offrire il proprio corpo su di un piatto d’argento, convinto di aver trovato la soluzione a tutti i suoi mali.

“Amico. Abbiamo un patto.”  stretta di mano e banchetti continui.

E fu così che il gran duca di Mondadori decise di contrattaccare, radunando i mercenari del Kobo (un piccolo feudo che con il senno del poi rimane l’unico ad aver tratto beneficio da tutto questo casino). Chiese a Kobo di poter vendere i loro strumenti di lettura all’interno delle loro librerie.

Quello che i saggi di Feltrinelli e Mondadori, abituati all’egemonia feudale dello stantio e sonnacchioso mercato italiano, non avevano calcolato era che entrambi i lettori eBook lavoravano con uno store multimediale prioritario e loro oltre ad essere delle librerie erano anche produttrici di libri. In pratica un bel giorno il re di Feltrinelli si accorse che qualcosa nelle vendite stava calando. Cos’era accaduto? Semplice: Amazon permetteva non solo alle case editrici di vendere i propri libri multimediali attraverso il Kindle, garantendo ad Amazon stessa una percentuale di vendita, ma offriva alle librerie la possibilità di vendere i loro apparecchi elettronici. Il problema era che anche qualsiasi negozio di elettronica e Amazon stessa poteva vendere il Kindle. Così Feltrinelli si accorse di vendere nei suoi punti vendita un cavallo di Troia. Il rincaro del prezzo dei Kindle in Feltrinelli spostava i compratori verso i negozi d’informatica in cui compravano ad un prezzo minore il Kindle che permetteva loro di comperare la versione digitale dei titoli Feltrinelli guadagnando su questi. Immaginate la faccia di Feltrinelli.

La prima illuminazione fu quella di tentare di realizzare un proprio store digitale, ma fallì miseramente. Subito dopo corsero ai ripari e decisero di dichiarare guerra ad Amazon; come? Beh, invitando a banchettare il gran duca di Mondadori.

Chiese a Mondadori di entrare nell’affare Kobo. Mondadori accettò immediatamente e il piccolo feudo di Kobo iniziò a domandarsi, nel freddo Canada, come mai in Italia si vendessero così tanti Kobo. Non fecero nessuna domanda, perchè sapevano che a breve anche loro sarebbero arrivati a capire cosa stava accadendo.

In tutto ciò era presente un reame incontaminato, le cui guerre silenziose sono sempre state simili alla guerra fredda. Il regno di Apple se ne stava lì a guardare come un saggio monaco Zen. Apple aveva un suo store di libri, utilizzato perlopiù dagli acquirenti dei loro prodotti. E gli andava bene così, perchè Apple sapeva una cosa: nessuno al mondo d’oggi può vincere una guerra senza chiedere aiuto ad Apple.

Apple aspettò e un bel giorno il duca di Amazon sviluppò un’applicazione che rendeva leggibili i titoli del Kindle su iPad e iPhone, pagando Apple semplicemente per tenere nel suo negozio virtuale l’App in questione. Il bello che quel giorno, anche il Sovrano di Kobo fece lo stesso ragionamento e creò la sua applicazione.

E ad un tratto Feltrinelli e Mondadori capirono tutto: avevano continuato a fare editoria come se il mondo si fosse fermato agli anni ottanta.

Dovete sapere che Mondadori e Feltrinelli, eterni nemici di facciata hanno un patto antico che consente ai due reali di avere in scorta i libri altrui ad un prezzo scontato e il patto in questione prevede che le piccole case editrici debbano avere i cancelli sbarrati. D’altronde a loro bastava chiedere un trentacinque per cento di sconto sui libri per mettere in ginocchio un piccolo editore.

Ma Amazon creò uno strumento, perchè sapeva che i piccoli editori erano agguerriti. Li prese sotto la propria ala protettrice e gli diede la possibilità di competere con i grandi. Così i piccoli Davide arrivarono sul podio delle classifiche, superando spesso i Golia.

Le vere vittime di questa guerra potrebbero sembrare le librerie indipendenti, ma da anni queste non facevano altro che servirsi dai grossisti, che però ignoravano i piccoli editori.

Ma Amazon iniziò a pensare anche alle librerie idealiste. La soluzione finale era quella di creare uno strumento che aiutasse i librai a liberarsi dell’egemonia dei big e dei distributori.

È vero. Che fine faranno i distributori? Probabilmente la stessa che fecero i telegrafisti con l’avvento del telefono; spariranno. Ma esattamente come moriranno alcuni lavori altri nasceranno, perchè vi assicuro che nell’editoria c’è una marea di gente che ha lottato con i denti davanti a questi oligarchi spocchiosi e grazie alle nuove realtà che hanno dato loro le armi per competere come veri e propri gladiatori nell’arena, non molleranno mai e daranno lavoro a decine e decine di persone.

Ogni guerra miete vittime. Ma dai banchetti reali le piccole realtà sono sempre state estromesse. Adesso ci stiamo prendendo tutto e lo stiamo facendo con gli interessi. A breve le librerie potranno scegliere se ordinare dei titoli dai distributori, dai grossisti o da Amazon che farà loro degli sconti in modo da poterli fare mangiare assieme tutti noi. Starà ai rivenditori offrire a noi editori qualcosa di appetibile.

Ciò che Amazon ha fatto è semplice: ha invitato William Wallace a banchettare con loro, escludendo gli inglesi.

LIBERTÀ.

 

Ferdinando de Martino

IRENE – Un racconto di Ferdinando de Martino

IRENE  

Raccontare non è arte, ma puro artigianato. 

Ricordo distintamente un momento della mia vita. Mi trovavo sul divano di mia zia, quando mio cugino Lucio iniziò a raccontarmi una storia. All’interno di quel racconto c’era qualsiasi cosa: amore, paura, coraggio, interrogativi e sangue. 

L’idea di fare lo scrittore era lontana anni luce da me e prima di vivere la sua gestazione sarei passato per voler fare, in ordine cronologico: il cane, il giornalaio, nuovamente il cane, il giocatore di pallacanestro, il rapper, il regista, il bassista, il pittore, il cantante grunge, lo psicologo e una serie di altri lavori.

La storia di mio cugino raccontava di un nobile est europeo che ad un certo punto della sua vita aveva voltato le spalle alle forze del bene per diventare un essere malvagio. Sentii parlare in quel giorno, con le tende serrate per creare atmosfera, del conte Dracula. 

Quando vidi per la prima volta il film di Coppola rimasi incantato, perché conoscendo già la storia, riuscii a concentrarmi sul contesto e sulle meravigliose espressioni di Oldman. Più avanti lessi il libro e rimasi colpito dall’escamotage epistolare ma in tutta onestà non riprovai mai più in vita mia quel brivido lungo la colonna vertebrale vissuto quando mio il mio cugino più grande mi raccontò la sua versione del famoso film. 

La grande verità è che le storie non sono niente. L’unica cosa che conta non è il racconto, ma come esporre questo al pubblico. 

La stessa barzelletta può risultare divertente se raccontata dall’amico barzellettiere del momento o insipida se messa in scena da una persona poco simpatica. Insomma, raccontare e il racconto sono due cose molto diverse. Il racconto in sé vive in una dimensione di “come e quando”, mentre il raccontare si trova in quella parte del cervello in grado di far partorire il jazz ad un trombettista. Nulla racchiude in sé più storytelling della musica jazz. 

In anni ed anni di letture, scritture, correzioni, studi e produzioni non ho fatto altro che ricercare quella stessa sensazione che provai quando per la prima volta mi venne raccontato il mondo di Dracula. Mi sono anche ritrovato in Transilvania per un paio di mesi, ma più che da Vlad Tepes rimasi ammaliato dalle bellezze locali e da una tipologia di grappa che mi provocò un’ilare sbronza e una settimana di dissenteria. 

Il giorno in cui decisi di lavorare veramente con la scrittura  fu anche uno dei più brutti giorni della mia esistenza. Mio zio se ne stava lì. La vita l’aveva abbandonato e quello che rimaneva era un ricordo impallidito dalla malattia e dall’agonia. Lo guardavo ma lui non guardava me. 

Non avevo nessuno al mio fianco. L’amore era un concetto che conoscevo, perché l’avevo toccato, esattamente come avevo toccato mio zio, mio nonno, mia nonna e mia zia ma la morte e l’amore, per quanto potessi stringerli tra le mani, non riuscivo proprio a comprenderli a pieno. Forse perché non c’era qualcuno in grado di raccontarmeli come era accaduto per la storia di Dracula, ma mio cugino, accanto a me in quel triste momento, sembrava vittima della stessa incertezza. 

Mi definisco un epicureo e sono perfettamente in grado di voltare la pagina e continuare quel misterioso romanzo che chiamiamo vita, ma quel momento mi segnò particolarmente. 

Quante cose avrei voluto poter dire a mio zio. Prima la malattia mi impedì di esporre i miei pensieri, poi la morte uccise anche la speranza di poter dialogare un’ultima volta con quella persona che per anni ed anni aveva stretto la mia mano per portarmi giocare a calcio al campetto, quando gli altri bambini non giocavano con me. Non era così importante avere degli amici, perché io avevo mio zio che dopo ore di turni in fabbrica trovava sempre del tempo da dedicarmi. 

La sensazione che provavo in quei momenti era di essere realmente importante per qualcuno.

Al cimitero capii che probabilmente non sarei mai più stato di vitale importanza per nessun altro. Mi andava bene. Non era niente di drammatico. Il mondo era pieno di persone che finivano per saltare in aria per colpa di una mina, gente mutilata e malati. La mia piccola guerra aveva un’importanza microscopica. 

Mi erano passati davanti novemilaquattrocentonovanta giorni e in ognuno di questi mio zio era esistito, lontano o vicino che fosse. 

Durante quei novemila e passa giorni la vita era stata un qualcosa di cui non avevo capito un benemerito cazzo. 

Mi sentivo come quelle persone che fingono di trovare un significato ad un quadro astratto per non fare la figura degli ignoranti. Per me vivere equivaleva a fingersi un esperto d’arte concettuale. 

Decisi che fino al giorno in cui non mi sarei trovato anche io su quel lettino, avrei deciso il mio destino. Capii che nessuno mi avrebbe restituito quei novemilaquattrocentonovanta giorni ma  anche che nessuno mi avrebbe più imposto niente per tutti quelli che sarebbero venuti.

Iniziai a lavorare giorno e notte per mettere in piedi una casa editrice e impostare una struttura lavorativa solida, senza niente in mano e zero santi in paradiso. Nessuno me l’avrebbe messo in quel posto perché se da un lato a santini ero messo male, di demoni avevo un poker e qualche jolly nella manica. Avrei barato, combattuto e fatto tutto il possibile per arrivare alla fine dei giochi con un bel sorriso e un dito medio raggrinzito ben alzato. 

La letteratura divenne il mio mondo e l’ufficio una Batcaverna. Sentivo nuovamente quel brivido di quando mio cugino mi presentò Dracula.

Una parte di me se ne andò quel giorno, perché l’unica persona che aveva giocato a calcio con me quando gli altri bambini mi ignoravano era morta. Non avrei mai più giocato con nessuno. 

Tre anni dopo, durante un reading di un mio autore, incontrai quella che sarebbe diventata mia moglie. 

Era una ragazza. Bella, intelligente e dotata, ma esattamente come me, era un essere umano e gli umani vivevano quella stessa vita che io non capivo. Toccavo vita e toccavo morte, ma continuavo a non capire. 

Avevo letto in alcuni libri che l’amore finiva per farti capire tutto, ma dentro di me sapevo che si trattavano di semplici frasi per convincere le persone a non spararsi in testa e non per bontà d’animo, ma perché da addetto ai lavori vi garantisco che i dati relativi all’acquisto di libri da parte delle persone chiuse in casse di mogano sono pari a zero. 

Presi un aperitivo con quella ragazza. Poi cenammo assieme e ci baciammo. Iniziammo a frequentarci e alla fine ci sposammo. Perché?

Perché il problema non era la vita. La realtà era che non avevo mai avuto bisogno di capire il suo senso. Esattamente come con i racconti non era il racconto in sé ad essere importante, ma il modo di raccontarli; la vita, raccontata da Irene, era in grado di togliere il fiato.

 

 

 

Ferdinando de Martino

Corso di scrittura creativa – dall’idea alla pubblicazione

COS’È LA SCRITTURA?

 “È” è la copula che utilizziamo per collocare la scrittura nello spazio e nel tempo.

        La scrittura non è, non era e non sarà.

        La scrittura è tutto ciò che si manifesta attraverso la cura della narrazione. 

Il workshop di scrittura creativa organizzato da L’Infernale Edizioni è il primo workshop realizzato da una Casa Editrice che mette al centro della sua ambizione il talento degli scrittori.

Gli autori che verranno ammessi al workshop, vivranno un percorso che li porterà a sviluppare un’idea embrionale fino a trasformarla in un vero e proprio libro pubblicato dalla Casa Editrice.

L’Infernale Edizioni mette a disposizione degli autori emergenti un vero e proprio percorso unico e singolare, relativo alle esigenze di ogni scrittore.

Abbiamo sviluppato un pacchetto relativo ai differenti percorsi di lavoro da intraprendere nel mondo della scrittura, perchè veniamo da una forte presenza sul web e vogliamo insegnare agli autori del nuovo millennio la differenza tra il linguaggio narrativo e  il lavoro dello scrittore del cyberspazio.

All’interno del workshop avrete anche la possibilità di essere seguiti da un tutor interno (autore della nostra Casa Editrice) che vi spiegherà alcune dinamiche settoriali.

                 Non bisogna dare al lettore ciò che vuole.

          Bisogna mostrargli qualcosa di nuovo di cui non potrà più fare a meno. 

 

La selezione sarà istantanea e meritocratica, proprio perchè questo è l’unico workshop (in sede e online) che garantisce una pubblicazione. Dovrete dimostrarci che in voi è presente il fuoco sacro e solamente a quel punto ci dedicheremo a voi con tutto il nostro entusiasmo.

 

   

       PACCHETTO SCRITTURA CREATIVA:

-Scrittura creativa

-Sceneggiatura

-Copywriting

-S.E.O.

-Editing

-Pop-Art e lettura del mondo dell’arte

-Blogger style

-Lettura e struttura critica

-Proposta editoriale

Il corso si svilupperà in sedici lezioni da un’ora e trenta minuti

Costo 250 euro.

Per informazioni relative alle selezioni dei nostri corsi, basta inviare una mail all’indirizzo: [email protected]

Se inizierete assieme a noi questo percorso, faremo di voi dei monaci guerrieri, pronti a sfornare parole attingendo al vostro immaginario, senza mai esaurire quella scintilla che molti chiamano ispirazione e che noi preferiamo chiamare “esercizio”.

I CORSI AVRANNO LUOGO FISICAMENTE NELLA SEDE DI SALITA DEL PRIONE 40R  (GENOVA) O ONLINE, TRAMITE UN PACCHETTO DI VIDEOCONFERENZE E ASSISTENZA.

Ferdinando de Martino  (Direttore Editoriale)

L’Infernale Rivista – Il rifugio degli scrittori

Gli scrittori al centro di un progetto letterario.

A settembre uscirà un nuovo progetto dell’Infernale Edizioni, ovvero L’INFERNALE (bimensile letterario).

All’interno del suddetto bimensile troverete approfondimenti letterari, racconti di autori emergenti, poesie, news dal mondo della carta stampata e informazioni sui blog letterari e analoghi.

Creare una vera e propria rete per dare agli autori l’opportunità di mostrare il loro lavoro è lo scopo centrale della rivista. Ogni autore potrà proporre un racconto da pubblicare sulla rivista alla quale verrà allegata una pubblicità del loro ultimo libro o lavoro, in modo da permettere una vetrina ad ampio spettro.

Chi acquisterà una copia dell’Infernale per il racconto di un autore che segue, avrà la possibilità di leggere anche lavori di altri autori ed interviste ad editori, editor, blogger e scrittori.

 

Il numero di settembre è quasi pronto e siamo alla ricerca di altri due racconti. Quindi, se può interessarvi, potete proporre un racconto o proporvi per un’intervista inerente ad un progetto al quale avete lavorato direttamente tramite la mail : [email protected]

 

Ferdinando de Martino

 

Gender War – Genitori e paure – di Ferdinando de Martino

Recentemente un servizio realizzato da Fanpage sul mondo del “gender” legato all’infanzia ha suscitato non poco scalpore nella periferia del web. Al centro della questione c’è Lori, un bambino che ha deciso di transitare verso un genere femminile.

Quello che ho notato quando si tocca questo argomento, è che la maggior parte delle persone se ne esce con un “Ok, accettiamo tutto, ma lasciamo fuori i bambini.”. La cosa è molto inquietante, perché con il passare del tempo ogni nodo è destinato a venire al pettine e se impedite ad un bambino di conoscere la parola “mal di testa”, questo non impedirà ad un vostro eventuale figlio di soffrire di emicrania.

Il mio non vuole essere un giudizio di parte, ma credo che nascondere alcune cose ad un bambino sia sbagliato, soprattutto se queste potrebbero alleviare delle sue tensioni interiori.

In “Uroboro” ho toccato il tema del gender perchè lo reputo da sempre estremamente complesso, ma ovviamente non sono un intenditore, né tantomeno un attivista, però vorrei spezzare una lancia in favore della consapevolezza.

Ogni transessuale ha vissuto un periodo in cui ha deciso d’intraprendere una strada, che sia quella di una transizione o di un’operazione. Gli anni precedenti alla scelta di transito vengono spesso ricordati dai transessuali come una specie di zona grigia all’interno della quale la vita scorreva, ma loro non riuscivano a rispecchiarcisi. Non riuscire a definirsi in un genere è complicato a livello emotivo se nessuno ti spiega che è una cosa del tutto normale e che molte persone vivono le stesse sensazioni.

Quello che a livello umano dovremmo impegnarci a fare è cercare, grazie all’istruzione, di diminuire la zona grigia, aiutando i ragazzi a prendere coscienza di sé fin da bambini. Questo non solo avvantaggerebbe uno sviluppo pedagogico globale, ma andrebbe a diminuire in maniera massiccia il bullismo verso la comunità lgbtq.

Viviamo in un periodo storico in cui l’informazione viaggia alla velocità della luce ma non siamo in grado di riconoscere una notizia vera da una falsa o un fatto da un’opinione. Molti italiani sono convinti che dietro lo studio e la conoscenza della teoria del gender ci sia un gruppo segreto, una specie di lobby gay. Purtroppo un editore deve capire con chi dialogare e con chi è meglio chiudere i ponti e i complottisti fanno parte della seconda categoria.

Quello che questo gruppo di persone non riesce a capire è che studiando e imparando la teoria del gender, i loro figli saranno facilitati a capire chi o cosa vorranno essere, evitandosi adolescenze infernali e vite disastrate. D’altronde preferiamo che i nostri figli guardino Temptetion Island piuttosto che un libro a tema gender.

Dietro alla sensibilizzazione c’è un vero e proprio messaggio di speranza e noi italiani abbiamo avuto una delle più importanti voci letterarie a favore del movimento lgbtq: il compianto Pier Vittorio Tondelli.

La violenza verbale, il cyberbullismo, il sessismo e la repressione sono armamenti nucleari da disarmare e l’unico modo per smaltire le scorie dell’ignoranza è quello d’informarsi e informare le persone sull’argomento a partire dalle scuole elementari.

 

Ferdinando de Martino

Come nasce un libro ? – di Ferdinando de Martino

Ogni libro ha una genesi particolare.  Nella mente degli scrittori  c’è sempre una causa scatenante e questa è l’unica cosa che trovo interessante da discutere assieme ad un autore. Lavorando da anni nell’editoria preferisco che siano i libri a parlare, lasciando agli scrittori l’onere della scrittura.

Mi capita quindi di chiedere ai miei autori di pensare bene all’idea, a quello che si vorrebbe comunicare con un manoscritto e reputo tutto ciò estremamente interessante.

Quindi oggi non ho nessuna intenzione di ammorbarvi parlando di un libro, bensì delle motivazioni che mi hanno spinto a pubblicare il titolo ROMEO E GIULIETTA SI SONO BEVUTI IL CERVELLO.

Come potrà garantirvi Marco Peluso, un autore che frequento mediaticamente, spesso chi lavora con la scrittura finisce per impegnarsi in molti progetti, allineando questi allo studio. Nel mio caso si aggiunge anche il lavoro editoriale, ma esattamente come nella produzione dei miei spettacoli teatrali, mi avvalgo di componenti che riescono a rendere il mio lavoro un po’ più facile.

La genesi di questo libro nasce da due fattori. Il primo è legato alla produzione di racconti che molti siti di case editrici francesi regalano ai lettori per poi aggiungerne uno un po’ più lungo in una versione cartacea. Amando profondamente la linea editoriale dei nostri cugini, decisi di optare per questa metodologia ed iniziare a pubblicare una serie di racconti sul sito dell’Infernale Edizioni, lavorando a quello principale in parallelo.

Insomma, regalare dei racconti confezionando poi un libro finale mi sembra molto coerente con la divulgazione quasi open source.

Il secondo è il concetto di prigione. Ho visto, nella mia breve vita, persone con un’incredibile capacità di auto-privazione-della-libertà che mi ha sempre affascinato. La mia storia, quindi, partiva dal concetto basico del: spesso noi stessi possiamo essere il nostro peggior nemico.

Questo è il punto centrale. La storia parla di un pugile e di una cameriera. Un piccolo idillio nella periferia piemontese esploderà tra loro, mettendo in luce le sbarre delle prigioni che i protagonisti si sono costruiti attorno.

Io amo chiamare il format con cui ho pubblicato ROMEO E GIULIETTA SI SONO BEVUTI IL CERVELLO, “libro regalo”. Lavorando alle mie sceneggiature e ai miei romanzi nelle pause tra gli editing, la preparazione dei corsi della scuola e le attività gestionali è bello poter sfornare ogni tanto qualcosa per non far passare dei tempi biblici tra un romanzo e un altro.

Per acquistare il libro: LINK ACQUISTO

 

Ferdinando de Martino

After Life – La serie evento – recensione di Ferdinando de Martino

Prendere un personaggio conosciuto e mediatamente controverso è un’arma a doppio taglio quando si lavora ad un progetto d’intrattenimento. In questo caso la scelta, dell’emittente mediatica più lungimirante del momento (Netflix),  di produrre una serie televisiva creata, diretta e prodotta dal poliedrico Ricky Gervais è stato un vero e proprio azzardo.

L’idea di affrontare due temi drammatici quali malattia fisica e patologia mentale è non solo coraggiosa, ma a tratti folle e ipoteticamente fallimentare. Tuttavia Netflix ha dalla sua parte un enorme vantaggio, correlato alla nuova metodologia di fruizione dei contenuti. La possibilità d’immergersi in una maratona, guardando un’intera stagione nel giro di due o tre giorni, rende molto semplice il linguaggio narrativo. Per i profani del mondo delle sceneggiature, mi soffermerò meglio su questo particolare.

La prima puntata di After Life è eccezionale, ma non avrebbe assolutamente funzionato in un contesto televisivo. Dopo aver guardato l’episodio pilota, la settimana successiva, la maggior parte del pubblico non si sarebbe sintonizzato sulla seconda puntata. Non è una questione di qualità, bensì di metodologia d’assunzione.

Quando si produce il primo episodio di una serie televisiva, l’obbiettivo è quello di infilarci una ricca presentazione dei personaggi e un colpo di scena atto a incuriosire lo spettatore, portandolo ad aspettare la puntata successiva. Stiamo parlando di un mero ragionamento commerciale.

Gli utenti Netflix, avendo già pagato per usufruire della piattaforma, non sono costretti ad attendere settimane per guardare un episodio, questo gioca a favore dei prodotti targati Netflix, perché essendo forti di questa dinamica anti-commerciale, possono permettersi di creare un prodotto d’autore, senza snaturare la trama nativa, evitando di trasformare il primo episodio in un grosso spot pubblicitario dell’intera opera.

Questa motivazione, strettamente settoriale, rende After Life un prodotto tecnicamente ottimo.

Ma veniamo al reale motivo che mi ha spinto a scrivere una recensione: si può uscire dalla depressione?

Questa è la grande domanda attorno alla quale ruota la vita del protagonista. Non è la risposta onnisciente ad essere importante, quanto più quella che lo stesso Gervise riserva al suo personaggio, ovvero: no.

Così, dare ad un tossico i soldi per comprare un’overdose finale diventa una scelta comandata, perché se da quel tunnel buio non si può uscire, è inutile tentare la corsa.

Tuttavia facendo gli stronzi spesso si finisce per imparare che il genere umano non è altro che lo specchio dei nostri stessi atteggiamenti e che la persona che abbiamo davanti non è che un essere vivente con un suo bagaglio emotivo e un caleidoscopio di demoni.

After Life è il prodotto di uno dei migliori sceneggiatori del nuovo millennio e come al solito noi europei riusciamo a creare una tipologia d’intrattenimento che gli americani possono solamente sognare.

 

 

Ferdinando de Martino

 

VITTIME – un racconto di Rossella Donadeo

“Cosa ti passa per la mente un attimo prima di morire?”

Chiudo gli occhi, non voglio vedere.

Mi illudo per l’ultima volta.

Nego, evito, ignoro.

Cosa ti passa per la mente?

La nausea fortissima, le viscere attorcigliate in un fuoco che brucia da dentro fino a contrarre tutto il corpo attorno a questo nodo, la gola arida e serrata: tutto questo sembra improvvisamente svanito nel nulla.

Sospeso in questo attimo senza fine, ogni cosa mi arriva attutita, rallentata, irreale. Come questo mio non provare nulla ora.

Cosa ti passa per la mente?

Una vita passata a schivare ogni possibile scelta, responsabilità.

Sono il mago dello slalom d’immaginari paletti.

Troppo dolore, troppa crudeltà hanno visto questi occhi.

E allora è meglio chiuderli.

Trascinato dalla corrente del fiume ho scelto solo l’inevitabile.

In questa guerra senza fine ho fatto solo ciò che andava fatto.

Vittima e carnefice.

Ho ucciso, certo.

Ho visto uccidere, certo.

Ma è come se fossi stato altro da me stesso, spettatore di un film splatter e truculento, con tanto sangue, ovunque.

Cosa ti passa per la mente?

Il cuore asciutto, riarso come un deserto.

Perché non provo nulla ora?

Dove è finita la rabbia, l’odio, la paura, la sete di giustizia?

Mi scopro lucido a pensare cosa rimarrà di me.

Cosa ti passa per la mente?

Forse questa foto, che mi renderà un eroe per il mio popolo e griderà vendetta.

Ma io dove sarò?

Svanito nel nulla, come la mia paura, le mie emozioni, la mia anima, il senso di tutto ciò.

Forse non è poi così male morire.

Tutto tace alla fine.

Anche il dolore che non ha parole.

Rossella Donadeo

Link al libro dell’autrice: LINK LIBRO

Perché VICE fa schifo ?

Perché VICE Italia fa schifo?

Ricordo ancora i tempi in cui leggere VICE era un’esperienza di accrescimento. Dai servizi sulla Black Metal Mafia agli articoli antropologici più interessanti del web, VICE in tutte le sue declinazioni estere era una vera e propria Mecca per noi fruitori di contenuti, delusi dalle dinamiche antiquate della carta stampata. 

Quando la rivista approdò in Italia eravamo tutti carichi di aspettative e nessuno di noi (lettori di VICE) avrebbe mai remato contro quel piccolo gioiello nascente. 

Adesso, dopo svariati anni di attività, possiamo finalmente dare un giudizio al progetto VICE Italia: un prodotto destinato ad un target di quindicenni che trovano ribelle una bevuta di sciroppo alla codeina e prendere un paio di XANAX.

L’unica cosa che salva la versione italiana del quotidiano è l’utilizzo di articoli tradotti dalle altre versioni. Abbiamo imparato a godere delle rubriche di Karley Sciortino, diluite in un mare di articoli su quanto sia cool mangiare cristalli di CBD o valutare le tipologie di amfetamine trovate nei locali più trap della città.

Il problema è che la mia generazione si è drogata realmente e non ha voglia di leggere la storia di un blogger diciannovenne convinto che fumare una canna da un vaporizzatore possa creare una dipendenza o, ancora, la classica storia di una scrittrice che si sente grrrl power perché si è portata a letto due uomini in una sola notte, con titolo accattivante tipo “Ho provato il poliamore e mi sono sentita vuota.”. 

Il succo della questione è che il lettore medio di VICE estero è cresciuto con Bret Easton Ellis e non ama essere preso per il culo. 

La scelta aziendale credo che sia stata quella di adeguarsi ai canoni della carta stampata: trova il tuo target e coltiva esclusivamente quello (in questo caso i liceali).

Auguro il meglio alla rivista, ma per il momento il mio spassionato consiglio è quello di cambiare il nome in VICE  LIGHT (non nuoce assolutamente all’establishment).

Ferdinando de Martino

“Rosso come la Neve” di Grazia Buscaglia | Un libro che colpisce dritto al cuore | I. Edizioni

Quando un intero universo, creato da uno scrittore, riesce a colorarsi a tal punto da non riuscire più a smacchiarsi dai nostri ricordi, allora e solo allora ci troviamo davanti ad un buon romanzo.

Perchè “Rosso come la neve” di Grazia Buscaglia ( LINK AL LIBRO ) piace così tanto?

Ci siamo posti più volte questa domanda e la risposta risiede nei messaggi e nelle recensioni dei lettori. Il manoscritto d’esordio di Grazia è stato definito più volte “un libro magico” e, in effetti, quando si partecipa alle presentazioni dell’autrice romagnola si ha proprio l’impressione che qualcosa di magico ci sia davvero in tutto questo clamore mediatico.

L’autrice nasce dal giornalismo, che è una palestra incredibile per chi vuole entrare nel mondo della narrativa, quindi possiamo dire che le parole sono un po’ il mondo di Grazia. È proprio dietro alle righe d’inchiostro che “Rosso come la neve” ha costruito un interesse quasi maniacale da parte dei lettori. Un’Italia da dimenticare e la vita di una bambina, ragazza e infine donna fanno da cornice ad un susseguirsi di eventi che il lettore vive quasi in prima persona.

È un libro che lascia il segno e lo fa nella maniera più educata e gentile, con una sorta di prepotenza amorosa. La penna di Grazia si è aggiudicata anche il premio “La voce dei poeti”, imponendosi in un panorama letterario non certo semplice.

La storia della giornalista\scrittrice è quella di una donna che ha deciso di fare il grande salto nel mondo della narrativa, creando un thriller emozionale  in linea con quella letteratura internazionale che spesso importa in Italia interi filoni americani.

Rosso come la neve sarebbe un ottimo libro da proporre in Europa e a America per dimostrare che la nostra letteratura contemporanea non ha nulla da invidiare a quella d’oltreoceano.

Per chi fosse interessato a leggere il libro d’esordio di Grazia Buscaglia, potete trovarlo al link : ROSSO COME LA NEVE

 

Ferdinando de Martino

Vuoi creare il tuo audiolibro? – sei nel posto giusto.

Avete mai pensato di creare la versione audio di un vostro racconto, romanzo o di una raccolta di poesie?

Il mercato degli audiolibri sta vivendo una crescita esponenziale e cavalcare l’onda potrebbe dimostrarsi una mossa intelligente.

Noi dell’infernale registriamo audiolibri e podcast per dare agli autori l’opportunità di creare un audiolibro ad un prezzo ragionevole, offrendo anche assistenza per rendere fruibile il proprio lavoro anche al di fuori dalle piattaforme tradizionali, che spesso trattengono la maggior parte degli incassi.

Vuoi creare un audiolibro, o anche solo realizzare la versione audio di un racconto o magari di qualche parte del tuo manoscritto? Discutiamone assieme e troveremo la soluzione ottimale.

Ascoltare un libro è un’esperienza unica e particolarmente intima e in questo periodo storico, in cui la fame di fruizione dei contenuti è tanta, ma il tempo scarseggia, l’audiolibro si pone come perfetto ibrido tra lettura e streaming.

Affida a noi il tuo manoscritto e assieme creeremo qualcosa di emozionante e moderno. Dalla pagina alle orecchie.

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Ferdinando de Martino

Perchè è difficile fare un ritratto ? | di Irene Tamagnone |

Opere e articolo di Irene Tamagnone


Fare un ritratto per me è la cosa più difficile. Difficilissima. È un punto interrogativo poggiato su qualcuno”. Così il fotografo Henri Cartier-Bresson parlava della difficoltà del fare ritratti, esattamente come ne hanno parlato altri artisti che hanno lavorato nell’ambito dell’arte figurativa.  

Come mai la ritrattistica è spesso ritenuta la tipologia d’arte più complessa in esecuzione? Che differenza c’è tra disegnare un’anfora antica e disegnare un volto?  

Un’interessante risposta arriva dal mondo neuroscientifico e ha a che vedere con l’innata e formidabile capacità della specie umana di riconoscere i volti. Durante la sua vita una persona memorizza mediamente 5000 volti diversi e affina la capacità di distinguere un volto dall’altro anche per differenze molto piccole. In particolare una differenza millimetrica nell’area triangolare compresa tra occhi e bocca comporta la riuscita o il fallimento del riconoscimento di un viso. Grazie alla scienza sappiamo che la responsabile di questa capacità è un’area del cervello che è stata sviluppata solo dall’essere umano specificatamente per il riconoscimento dei volti. Si chiama prosopagnosia quel deficit – dovuto ad un ictus o a un problema congenito localizzato in quell’area – a seguito del quale la persona colpita non è più in grado di riconoscere le persone amate, perlomeno non guardandone il volto. Le persone affette da prosopagnosia sono ancora in grado di percepire le parti che formano il volto, ma non il volto come entità in sé, riconoscono le parti ma non l’insieme. Se vi state chiedendo cosa c’entra questo con le frustrazioni dei ritrattisti, la risposta è che tutto ciò alza molto di più l’asticella della precisione richiesta ad un pittore nel tracciare i lineamenti di un viso, piuttosto che di quella richiesta per tracciare le linee dell’anfora. Se durante l’evoluzione delle specie noi umani avessimo sviluppato un fenomenale sistema di riconoscimento di anfore probabilmente al pittore che ne volesse dipingere una sarebbe richiesta una precisione maggiore.

Questa è solo una delle possibili risposte, ma vediamone un’altra.

Vi è mai capitato di non riconoscervi in una foto appena scattata o in un ritratto eseguito magistralmente?

Ciò è dovuto al fatto che il nostro corpo, così come tutto il resto, non è un oggetto assoluto, ma è un oggetto relativo all’osservatore. Per capire questa frase è utile pensare alla velocità. Su un’autostrada, ogni veicolo ha velocità relative diverse rispetto a ciascuno degli altri mezzi in movimento. Un camper che va a 100 km/h è veloce rispetto ad un camion che non può superare gli 80 km/h mentre è lento rispetto ad un’auto che viaggia a 120 Km/h. Come è possibile che il nostro volto – così come la velocità –  possa cambiare al cambiare di chi l’osserva? Ecco la risposta. Quando percepiamo qualcosa abbiamo sempre delle credenze – o ipotesi – a priori sulla cosa che stiamo percependo, anche se non ce ne rendiamo conto, e quest’ipotesi a priori ha un peso nelle caratteristiche dell’oggetto che stiamo percependo. In pratica abbiamo una sorta di schema iniziale. Per fare un esempio semplice: se una persona ha gli occhi di un colore indefinito compreso tra il verde e l’azzurro e quando è stata registrata il colore degli occhi è stato segnato come verde, quella persona percepirà probabilmente i suoi occhi più facilmente come verdi piuttosto che come azzurri, e viceversa. Questo avviene a causa di una forte credenza a priori.

Un altro esempio interessante viene fatto dallo storico dell’arte Ernst Gombrich nel suo libro “Arte e Illusione”, quando parla di un litografo inglese che nel momento più alto dell’arte topografica inglese si recò in Francia a disegnare la cattedrale francese di Chartres.  Aveva un’idea romantica delle cattedrali, per lui erano le creazioni più elevate dei secoli gotici, così, nonostante fosse un artista esperto ed attento, finì per tralasciare lo stile romanico delle finestre a tutto sesto della facciata centrale per trasformarle in finestre di stile gotico, a sesto acuto, solamente perché abituato ad osservare finestre gotiche. Probabilmente in questi casi di percezione errata succede che la persona percepisce qualcosa dall’ambiente prossimo (la cattedrale che sta osservando in quel momento) e qualcosa dal suo ambiente esteso (tutte le cattedrali che ha visto fino a quel momento). In questo caso il disegnatore continuava a percepire gli archi a sesto acuto delle chiese gotiche e questa percezione era così forte che prevaleva su quello che aveva davanti agli occhi. Come quando le persone non vedono i cambiamenti fisici nella compagna/compagno con cui vivono perché continua a prevalere una percezione più estesa nel tempo. Per questioni evoluzionistiche tutte le specie animali hanno delle ipotesi a priori, è per una ragione di sopravvivenza. Queste credenze si sono formate in ciascun individuo in modo diverso a seconda delle esperienze vissute nella propria vita. La diversità di esperienze diverse porta a lievi differenze di percezione e crea oggetti relativi diversi. Il viso di Cristina per il suo amico Marco, che ha vissuto per dieci anni in Norvegia, può essere lievemente diverso da quello percepito dal suo amico Antonio, che invece ha vissuto da sempre nella sua stessa città. Se Marco e Antonio fossero due bravi pittori dipingerebbero il suo viso in maniera diversa, e probabilmente Cristina si riconoscerebbe più in uno che nell’altro. A proposito di questo, l’illustratore tedesco Ludwig Richter raccontò di una giornata passata a Tivoli a disegnare il paesaggio in compagnia dei suoi colleghi di studi d’arte. Scelsero tutti pennelli duri e appuntiti in modo da riuscire a rendere i soggetti più fedelmente possibile. Quando a sera paragonarono i loro lavori rimasero tutti sorpresi da come risultassero tanto diversi nonostante la somiglianza degli strumenti usati. È molto interessante il fatto che Richter spiegò queste diversità come specchi delle diverse disposizioni degli artisti, ad esempio il disegno del compagno più malinconico aveva una prevalenza di azzurro maggiore rispetto agli altri.

Avete mai partecipato ad una lezione di disegno della modella dal vero? Delle modelle dipinte dai pittori non ce ne sarà mai una uguale all’altra.

Non per nulla il famoso Oscar Wilde disse che “Ogni ritratto dipinto con passione è il ritratto dell’artista, e non del modello.”  




Più immediato ma non meno importante è un altro aspetto con cui si scontra sempre il ritrattista. Nessuno è perfetto: facile a dirsi. Difficile metterlo in pratica.  C’è una diffusa difficoltà ad accettarsi per quello che si è. Molte persone non riescono ad essere serene e ad accettarsi per quel che sono e come appaiono a sé stesse e agli altri. Tra le altre cose, è dimostrato dal sempre crescente numero di ricorsi a interventi estetici. Quando si osserva il proprio viso si vorrebbe sempre vedere una rughetta in meno, gli zigomi un po’ più evidenti, il naso lievemente più dritto… si è veramente esigenti nei confronti del proprio corpo. Questo lo sa bene l’esperto ritrattista che in modo strategico cambia piccoli dettagli in modo da incontrare i gusti del committente!

Fare un ritratto non vuol dire copiare un viso, c’è qualcosa di più. Farsi fare un ritratto, magari da qualcuno che si conosce, è fare una nuova esperienza di condivisione. Il ritrattista appassionato non è un mero tecnico che riporta i lineamenti del viso su un foglio bianco, ma è qualcuno che mostra una sua visione, un suo punto di vista. Ne potremmo anche rimanere sorpresi.

Irene Tamagnone 

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