Violenza sui minori | IL PALAZZO DEI MOSAICI di Paolina Russo | Parlare del trauma

Sentiamo sempre più spesso parlare di violenza sulle donne e violenze sui minori perché, nonostante i carnefici non siano cambiati, le vittime hanno da tempo iniziato ad alzare la testa, denunciando tali violenze.

Sembrerebbe un ragionamento lineare: se qualcuno ti fa del male, basta denunciarlo.

La realtà dei fatti è distante anni luce da questa semplificazione. Oggi vi racconteremo la storia di un’autrice che non solo ha avuto il coraggio di alzare il capo ma che, a distanza di anni, ha creato un modo del tutto atipico per fare uscire i suoi demoni interiori. 

Troppo spesso le vittime non vengono ascoltate, o ancora peggio, vengono messe in dubbio le loro accuse. Altre volte accade che dopo una denuncia, la bestia che si cela dietro la violenza finisca per ammazzare la vittima prima di arrivare al processo. Proprio in questo mondo terribile e angosciante, Paolina Russo ha elaborato il suo dolore gettandosi a capofitto nel mondo della scrittura. 

In una Campania di qualche anno fa, muove i suoi passi nella vita la piccola Oli che da poco ha perso sua nonna; figura molto importante per la bambina. 

Attorno a lei un’intera famiglia in trepidazione per un matrimonio nella cornice del Palazzo dei Mosaici.

I giorni della bambina vengono scossi dalla presenza di sua nonna che, sotto forma di fantasma, sembra tornata per risolvere qualcosa nel palazzo di famiglia. 

Questo escamotage dark riesce a conferire al libro Il Palazzo dei Mosaici una leggerezza quasi fiabesca, nascondendo al suo interno un messaggio difficile da digerire che ai più potrebbe anche sembrare freddo: allontanarsi da un trauma può aiutare a trovare le giuste armi non per combatterlo, ma per conviverci.

Così l’autrice del romanzo ha deciso di affrontare un trauma a sfondo sessuale legato alla sua infanzia.

Parlando con Paolina Russo le abbiamo chiesto come la scrittura e il suo trauma si sono incontrati per trasformarsi poi in un romanzo   

Paolina Russo: Il trauma interferisce e condiziona inesorabilmente la vita di chi lo ha subìto. Anche quando il traumatizzato decide di rimuoverlo fino a negarlo a se stesso. La scrittura non può salvare né guarire dalle ferite di un trauma, ma è uno strumento utile per tirare fuori e fare riemergere una parte di noi. Scrivere mi ha aiutata ad ammettere di aver subito un trauma.

La scrittura di genere molto spesso nasconde parti delicate e personali. Frankenstein ne è un esempio lampante. Utilizzare l’archetipo del fantasma ti ha aiutata dal punto di vista dell’espediente letterario?

Paolina Russo: Credo che la scelta dell’io narrante abbia fatto la differenza. Un fantasma arrabbiato con gli uomini era ottimale. La nonna, che interagisce con la protagonista, è basilare per la comprensione del trauma. Quindi credo che gli escamotage narrativi aiutino moltissimo. 

L’opera diventa un esperienza a tutto tondo con una Campania ricca di tradizioni alle spalle. Proprio per questo  Il Palazzo dei Mosaici uscirà parallelamente anche in versione audiolibro. Chiunque acquisterà la versione ebook avrà la possibilità di ascoltare gratuitamente in streaming l’audiolibro edito da I.Edizioni. 

Con questo libro, uscito dalla fucina della scuola di scrittura creativa Genius di Paolo Restuccia, Paolina Russo non solo ha trovato una sua voce, ma è riuscita a far parlare un dolore che si muove all’interno di molte persone e che spesso cede al silenzio, finendo per rimanere un trauma inespresso. 

Per descrivere a pieno questo romanzo esiste un solo termine: coraggio. 

 

Ferdinando de Martino

ALLA RICERCA DI UN SOGGETTO | Via dei Corvi #30

Il soggetto è essenziale per scrivere un buon libro. Non importa se sarà un racconto o un romanzo; ciò che rappresenta l’essenziale per un manoscritto è il SOGGETTO.

Partire da un’idea e trasformarla in un vero e proprio romanzo implica un susseguirsi di fasi, ma la prima è senza dubbio quella di scrivere nel minor numero di parole possibili, ciò di cui parlerà il nostro libro.

“Un uomo decide di affrontare la vita e i suoi demoni, incarnati in un lamantino bianco.” potrebbe essere il soggetto di Moby Dick ad esempio.

Ma come possiamo distinguere la normale idea, dalla creazione del soggetto? Da dove si prende l’ispirazione?

Personalmente credo fortemente che la componente personale sia imprescindibile se non all’inizio, quanto meno sulla lunga distanza nella vita lavorativa di uno scrittore.

Rossella Donadeo, autrice di Via dei Corvi #30, ad esempio, ha sfruttato una delle tecniche tanto care al movimento del neorealismo, ovvero: scendete in strada e guardate bene lo spettacolo della vita attorno a voi.

Proprio per questo leggendo il romanzo ci addentriamo in una Roma rinchiusa in un microcosmo, quello del condominio numero 30 della suddetta via. Perché è così importante il guardarsi attorno? Semplice; perché Rossella Donadeo ha utilizzato quell’intimità fredda che si crea tra gli abitanti di un palazzo che, per forza di cose, si ritrovano a doversi incontrare tra scale e ascensori, solo al fine di trasportare il lettore dentro un thriller in pieno stile Christie.

Ci sono i cattivi e i buoni, ma la palazzina sembra mescolare le carte, come un oscuro mazziere, fino a rendere tutti un po’ parte di una grande colpa, quasi ancestrale.

A spezzare la tensione troviamo siparietti comici e scene che solo chi ha abitato in un condominio può capire realmente.

Conoscendo la sua città, Rossella Donadeo ha toccato le strade e i palazzi con le proprie mani, per guidarci passo dopo passo dentro un labirinto di caratteri ai limiti del surreale. Questa è senza dubbio un’arma ottima per uno scrittore che vuole rendere il lettore partecipe e non solo spettatore muto di una storia.

Vi consigliamo caldamente questo libro dell’autrice romana, disponibile al link: Via dei Corvi #40

 

Ferdinando de Martino

La Lista | un thriller di Micheal Connelly | Recensione

I libri raccontano storie per definizione, ma quando le storie hanno delle storie, il gioco si fa interessante.

In questo libro il protagonista del precedente “Avvocato di difesaMikey Haller, incontra il detective Bosh, personaggio acclamato dell’autore americano. Due caratteri diversi quello del pavone Haller e del laconico Bosh.

La trama principale li porta a incontrarsi, mentre una sottotrama radicata nel passato porterà a galla vecchi segreti.

La penna di Connelly si mostra come al solito magistrale in questo suo lavoro. C’è una lucidità limpida e cristallina nei suoi romanzi, ma con “La Lista” credo che lo scrittore si sia superato.

Da una parte abbiamo una Los Angeles corrotta fino al midollo, mentre dall’altra un Mickey Haller che si pone come vaccino per risanare un mondo marcio. Il cielo sembra consegnargli un lavoro sul classico piatto d’argento, ma il famoso avvocato difensore sa bene che niente accade per caso. Riunire la banda e suonare in un nuovo thriller americano è l’unica soluzione e il ritmo terrà voi lettori incollati alle pagine di questo libro dalla prima all’ultima riga.

Per tutti gli amanti della saga di Henry Bosh, La Lista sarà una vera chicca.

 

Ferdinando de Martino

Liliana Castagnola | Letteratura e realtà |

Nella mia vita da lettore ho sempre adorato incontrare scrittori in grado di evadere dal semplice ruolo di autori, diventando qualcosa di più simile alla figura del giornalista investigativo.

Il True-story è quella tipologia di genere che affonda le radici su di un fatto realmente accaduto che, secondo l’autore, non è stato affrontato adeguatamente da stampa e organi affini.

Il giusto soggetto è spesso sotto i nostri occhi.

LILIANA CASTAGNOLA di Paola Giorgi è il libro che ha portato l’autrice genovese a cambiare rotta, uscendo dalla sua comfort zone per vestire i panni della giustiziera armata di penna per riportare lustro alla figura della misteriosa attrice che blog, enciclopedie mediatiche e giornalisti hanno relegato al ruolo di semplice amante di Totò.

Oltre a scoprire una nuova veste di un’artista quasi dimenticata, nel libro si potrà annusare i profumi di un periodo storico che sembra perdersi nel nostro immaginario.

Liliana Castagnola è un true-story (disponibile in tutti gli store online) atipico che è riuscito a scavare nel cuore di un paese impegnato in un secolo affamato, portando Paola Giorgi a girare la penisola in cerca d’informazioni per raccontare una grande storia.

 

Ferdinando de Martino

Sceneggiature: di cosa parlano i film? | Storia di un matrimonio | NETFLIX

Sono le due passate e ho appena terminato la visione di “STORIA DI UN MATRIMONIO” targato NETLFIX.

Si tratta dell’ennesimo film americano a tema divorzio che in realtà è tutto fuorché l’ennesimo film americano a tema divorzio. Scritto, diretto e prodotto da Noah Baumbach che utilizza nuovamente uno dei suoi attori prediletti “Adam Driver”. Il regista mette in piedi un vero e proprio dramma famigliare basato sul concetto di umanità.

Quando ci si ritrova davanti al grande spettacolo della guerra tra coppie si finisce quasi sempre per patteggiare per una delle parti, simulando lo stesso amore vuoto a perdere che si prova per alcuni politici. 

Trovo sbagliato utilizzare l’opera omnia di un regista per definire un lavoro, quindi vorrei concentrarmi solamente sul film con Scarlett Joanson e Adam Driver. 

Perchè non ci immedesimiamo nei perdenti?

Guardando una sparatoria o un duello con le spade, siamo soliti immedesimarci in colui che spara e mai nell’assassinato, perché l’eventualità della sconfitta ci terrorizza a morte. Siamo figli degli anni ottanta e i media hanno alimentato i nostri cervelli europei con pane ed edonismo. “La a guerra dei Roses” è il perfetto esempio di quel meccanismo in stile cane mangia cane che dovrebbe rappresentare un divorzio nell’immaginario collettivo.

La realtà dei fatti è che una persona ferita cerca sempre riparo nella rabbia, piuttosto che nell’accettazione. Incassare per molti è segno di debolezza, ma è stato proprio un film americano a mostrarci l’importanza del rialzarsi sempre: Rocky.

Non diciamo mai, guardando uno spettacolo -Cavolo, vorrei essere sgozzato in quella maniera.- o -È proprio così che vorrei essere licenziato e perdere tutto.-.

Guardando questa pellicola ho pensato che divorziare in quella maniera non sarebbe stato poi così male.

Il sogno americano è ancora vivo?

Ci sono due interpretazioni relative a questo film. Una semplice e sensazionalmente romantica e una un po’ più veritiera.

1 Quando un forte sentimento lega due persone, intimamente e profondamente, questo è destinato a tramutarsi, quando il dolore diminuirà d’intensità, in qualcosa di altrettanto viscerale.

2 Divorziare non è mai bello, ma se sei borghese, bianco, privilegiato e facilmente soggiogabile è un po più facile del dovuto.

Per quando possa sembrare una satira, la seconda interpretazione è forse quella più veritiera e lusinghiera nei confronti di questo piccolo gioiello. 

Essere noi stessi nell’altro è complicato, ma smettere di essere se stessi per qualcuno è decisamente più doloroso e questo è il grande messaggio che la sceneggiatura tende a suggerirci, fino a farci dire: beh, se fossi bianco, ricco e viziato vorrei divorziare proprio così.

Viviamo in un secolo stanco e questo film potrebbe essere il manifesto di una generazione talmente lontana dal sogno americano da aver smesso di far giocare i propri bambini al dottore o all’avvocato, per regalargli un buon contratto prematrimoniale al posto di un videogioco. 

Ce li vedo proprio questi neo genitori biologici e vegani dire ai figli -Se tutto andrà bene farai il medico e il tuo primo divorzio non ti distruggerà in maniera irreversibile.-

 

 

Ferdinando de Martino

 

Open Class | SCRITTURA CREATIVA GENOVA | 12 dicembre 2019

In cosa consiste?

L’open class di scrittura creativa del 12 dicembre 2019 è un evento a porte aperte in cui si parlerà del mondo della scrittura creativa attraverso due libri che hanno cambiato l’immaginario collettivo della narrativa mondiale.

Una lezione imperdibile e gratuita del nostro corso per gli amici genovesi e tutte quelle persone incuriosite dal mondo della scrittura creativa.

Dove si terrà?

L’open class si terrà nella sede di LIBRIDA (Salita del Prione 40 r. Ge.) alle ore 20.00 del 20-12-2019

 

Per info: [email protected]

 

OPEN CLASS BOLOGNA | Scrittura creativa

Di cosa si tratta?

Ferdinando de Martino (Direttore Editoriale I.Edizioni), assieme. a Michelangelo De Gregorio, porterà a Bologna una Open class gratuita del corso di scrittura creativa di I.Edizioni.

Argomenti

Si parlerà della struttura del racconto dagli anni ottanta al giorno d’oggi e del percorso lavorativo che porta le idee a diventare veri e propri libri. La discussione verterà attorno a tre titoli fondamentali della letteratura contemporanea.

Per partecipare all’Open class gratuita di Bologna potete scrivere all’indirizzo: [email protected]

Self Publishing ed Editoria | Giusto o sbagliato?

Viviamo nell’era dei tutorial e dell’imprenditoria digitale e il mondo sembra correre sempre più veloce. La velocità è il più grande nemico non solo dell’editoria, ma anche della scrittura.

Perché la velocità è un nemico?

Scrivere un manoscritto è la prima parte di un percorso. Per pubblicare un libro bisogna seguire un iter abbastanza lineare: scrivere un libro, inviarlo agli editori e, nel caso questo libro piacesse a qualche editore, firmare un contratto, attendere l’editing, ricevere le bozze e rileggere le suddette con estrema attenzione e, infine rimandarle all’editore per la pubblicazione.

Saltare uno di questi passaggi o fare le cose di fretta equivale quasi sempre a creare confusione nel mondo editoriale. Gestire un rifiuto è parte integrante della formazione di uno scrittore e questo dovrebbe solamente generare la voglia di evolversi, iscrivendosi a qualche corso di scrittura creativa ad esempio, oppure investendo qualcosa nella figura di un editor prima di inviare un prodotto agli editori.

Il self è veloce e sinonimo di poca qualità? Quasi sempre, ma esistono eccezioni.

Perché dovrei iscrivermi ad un corso di scrittura creativa?

Allora. Giornalmente ad ogni editore arrivano decine e decine di mail da autori autoreferenziali, convinti di poter cambiare il mondo dell’editoria e tutti, credetemi, tutti hanno scritto il libro del secolo. Al primo commento crolla ogni loro ideale e si sentono offesi o insultati.

Il problema è uno. Alla domanda “Perché dovrei iscrivermi ad un corso di scrittura creativa?”, la risposta è un’altra domanda: Hai letto questi libri?

I DEMONI

LA SCOPA DEL SISTEMA

ANNA KARENINA

MADAME BOVARY

I MISERABILI

DON CHISCIOTTE

UOMINI E TOPI

MISERY

IL CICLO DEI VINTI

GENTE DI DUBLINO

RUMORE BIANCO

Se almeno tre di questi libri vi mancano, la risposta é: dovresti fare un corso di scrittura creativa perché probabilmente non hai letto abbastanza da capire perché è completamente folle pensare di voler fare lo scrittore senza conoscere questi titoli.

Uno scrittore dovrebbe leggere almeno trenta libri all’anno. Probabilmente molte persone dovranno sforzarsi per trovare il tempo atto a leggere di più e soprattutto studiare gli autori essenziali. Un corso di scrittura creativa ha, solitamente, la peculiarità di saper indicare i lettori verso gli autori centrali della narrativa mondiale.

E tutti i libri che ho pubblicato?

Rimbaud ha bruciato la maggior parte dei suoi lavori e lui ha cambiato per sempre il mondo della poesia.

 

RISPETTARE IL VIAGGIO

Durante un corso di scrittura creativa uno scrittore imparerà che lo scopo finale non è la pubblicazione, ma rispettare il viaggio che porta a partorire un manoscritto. Leggere, conoscere e amare gli autori che hanno reso grande il mondo è un’avventura unica nel suo genere.

Info sul nostro corso “dall’Idea alla pubblicazione”: IL NOSTRO CORSO

La nostra Sabrina è pronta a rispondere ad ogni quesito sul nostro corso di scrittura creativa all’indirizzo: [email protected]

 

 

FERDINANDO DE MARTINO

 

Genova rinasce dalla scrittura – Scuola di scrittura creativa

CHI SIAMO?

La scuola di scrittura creativa di I. Edizioni è la prima scuola associata ad una casa editrice che pone come obiettivo finale del corso, introdurre nuovi autori nel mercato editoriale.

Nata a Genova dall’idea di Ferdinando de Martino (Direttore Editoriale I. Edizioni) di unire l’aspetto didattico dei corsi di scrittura creativa a quello della pubblicazione di libri, dando agli autori la possibilità diretta di mettere in pratica le tematiche apprese durante il percorso didattico.

 

DOVE SIAMO?

I corsi si svolgono in sede (Salita del Prione 40r) o via web (facetime, skype e analoghi) . 

 

COME SI SVILUPPA IL CORSO?

Il nostro corso è rivolto a tutte quelle persone che covano la passione per la scrittura e vorrebbero tramutarla in una possibile occupazione.

Dalla passione per i libri all’utilizzo dei social e del mondo digital per lo sviluppo di contenuti mediatici, dall’arte del racconto alla sintesi di una sceneggiatura, affronteremo passo dopo passo il cammino che porterà gli iscritti ad affacciarsi al mondo della scrittura.

Lo scopo del corso è quello di prendere l’idea di uno scrittore e consegnargli le armi per trasformarla in un libro che andremo a pubblicare. 

Per info : [email protected]

Tel: 340 198 3853

ALTRE INFO

Meditazione e Minimalismo | un racconto di Ferdinando de Martino

La sensazione d’attrito provata durante le continue accelerate nel traffico cittadino lasciava sempre una strana polvere nera sulle sue mani. 

Gli capitava spesso di osservarla, rimanendo ogni volta imbambolato come se l’avesse vista per la prima volta. Lo scooter era vecchio ma non a tal punto da cadere a pezzi e sgretolarglisi tra le braccia. L’autunno stava arrivando. Passeggiando sotto i portici della parte nuova di Genova, accese una sigaretta. 

Ogni mattina cercava di togliere la polvere nera dai polpastrelli sfregandoli sui jeans. Lavorando in cucina non poteva permettersi delle mani come quelle. Il proprietario non si vedeva dietro al bancone. Il grande capo non aveva fatto il suo ingresso trionfale. 

Solitamente lo spiava con occhi furtivi quando fumava prima di entrare a lavoro. 

Albi non era mai stato un cattivo impiegato ma notando l’aggressività che negli ultimi periodi era andata via via crescendo in Marco, aveva deciso che fino all’orario d’entrata lui non avrebbe messo piede dentro al locale.

La settimana precedente Emiliana si era beccata una strigliata unica per aver sbagliato un’ordinazione e ad Alberto era sembrata molto fuori luogo come reazione. Probabilmente Marco stava traendo ispirazione da quei programmi culinari in cui gli chef prendevano ad insulti i loro sottoposti, trattandoli come se si trovassero in una caserma della Seconda Guerra Mondiale. 

D’istinto avrebbe mandato il suo capo a quel paese, difendendo Emiliana, ma qualcosa l’aveva fermato. Non si trattava di un agente esterno, ma di una strana parte interiore.

Guardando le persone far colazione dentro al Toody, Albi capì che il tizio riflesso nella vetrina non era lui. Per quello nessuno aveva difeso la sua collega, perché lui non si trovava realmente a lavoro quel giorno. La persona che si beccava i rimproveri di Marco, quello che rimaneva fino alla fine a pulire i piatti, non era lui. 

Quando tornava a casa da Erika non era lui. Mangiavano proteine in una stretta dieta a zero carboidrati per via del Cross-fitt, divenuta l’unica ragione di vita della sua fidanzata e bevevano strane tisane contenenti taurina, guaranà e via dicendo. Insomma, quell’uomo non era Alberto. 

La sigaretta stava per raggiungere la metà quando si pose una domanda: quando era realmente se stesso?

A lavoro diventava un cagnolino ammaestrato, di tanto in tanto abbaiava ma non mordeva mai nessuno. A casa non si faceva altro che parlare del viaggio in Polinesia che Erika progettava da due mesi e a lui della Polinesia non era mai importato nulla. Guardavano dei film assieme, la sera, romantici o di formazione. Pellicole per le quali non provava molta empatia. Solamente quando Erika si trascinava a letto e lui rimaneva a guardare qualche vecchio film su Netflix per quindici minuti prima di cedere al sonno; allora e solo allora era veramente lui.

Alberto era Alberto per soli quindici minuti al giorno, acciambellato sul divano davanti ad un b-moovie anni ottanta. Un totale di centocinque minuti alla settimana. Stava vivendo la vita di qualcun altro.

Gettando la sigaretta decise che non si sarebbe mai più ritrovato con la polvere sulle mani. Voltò lo sguardo fino al parco difronte al locale e iniziò a camminare, attraversando sulle strisce pedonali a ritmo di un intermittente pedone verde.

Guardando l’erba l’intera prospettiva della vita sembrava cambiare nei suoi pensieri. Non ci fu un vero e proprio ragionamento dietro l’azione che seguì quegli attimi, ciò che ci è dato sapere è che semplicemente accadde. 

Albi posò il casco e si mise a sedere a terra con le gambe incrociate, chiuse gli occhi e cominciò ad inspirare ed espirare. 

Poco distante da lui il traffico della città continuava ad irrompere nelle conversazioni e nelle vite delle persone, prepotentemente come un cane in calore alla disperata ricerca di una gamba sulla quale sfogare i propri istinti.

I genovesi, un po’ come tutti gli abitanti delle città, erano  abituati a quei rumori. Era una specie di serenata al rombo di motore.

Concentrandosi solamente sul respiro che entrava e fuoriusciva dai suoi polmoni ad Alberto sembrò quasi che qualcuno avesse abbassato il volume della sua città, come quando si silenziava una chiassosa trasmissione televisiva. 

Meditare non era nei suoi piani per quella giornata. Aveva frequentato gruppi di meditazione e letto molti libri sulla mindfulness, ma quello che stava accadendo in quel momento era completamente differente da tutto ciò che aveva provato fino a quel giorno. Gli sembrò non solo di meditare per la prima volta in vita sua, ma anche di essere il primo uomo sulla faccia della terra ad aver scoperto la meditazione.

C’era qualcosa da capire, ma qualsiasi cosa fosse, lui non l’avrebbe inseguita. In quel momento esistevano solo due cose: l’inspirazione e l’espirazione.

L’aria circolava all’interno del corpo mettendo in movimento l’organismo, rendendolo parte attiva del parco, della città, del traffico, del locale, della regione, del paese e forse anche della terra e dell’universo. 

PER CONTINUARE A LEGGERE IL RACCONTO, LINK ALL’ACQUISTO: RACCONTO COMPLETO

 

Ferdinando de Martino

Bentornato Alberto – Un racconto di ENZO PACI

 

10 settembre 2019

Mi piace il rumore che fa l’involucro di cellofan delle sigarette quando viene accartocciato. È un suono croccante.

 Questo pensava Alberto aprendo il secondo pacchetto della giornata mentre lo sguardo si spegneva sull’insegna luminosa di quell’azienda che fino a un anno fa chiamava famiglia. Già, la grande famiglia della Smai.Tec. Entrò a farne parte nell’autunno del duemilanove. Non fu difficile trovare lavoro. Per gente come lui, appena laureata in ingegneria elettronica con centodieci e lode, non c’era neanche il bisogno di sbattersi troppo, niente curriculum da inviare, niente raccomandazioni. Erano le aziende stesse che si sbrigavano ad accaparrarsi le teste migliori appena uscite di facoltà. Le referenze parlavano per lui. Una tesi sul’ Interazione elettrone-fotone in dispositivi nano elettronici. Dopo alcuni colloqui, fatti per lo più di strette di mano, poche parole e sguardi di stima degli esaminatori, Alberto Betti si trovò a  dover scegliere fra tre proposte, due delle quali come ricercatore. Avrebbe potuto lavorare in ambienti molto stimolanti come quello della robotica o dell’informatica, col tempo avrebbe fatto carriera raggiungendo anche uno stipendio adeguato, ma aveva fame, non poteva aspettare, voleva far carriera e farla alla svelta, per lui era meglio lavorare nel privato, scalare anno dopo anno l’organigramma  aziendale fino a raggiungere  magari un ruolo da dirigente, con busta paga da diecimila euro al mese. La Smai.Tec era perfetta ed era la terza proposta. Componentistica elettronica, si occupava di appalti importanti per l’esercito e per le telecomunicazioni. Negli otto anni successivi realizzò quanto di meglio potesse aspettarsi. Responsabile tecnico di filiale, appartamento in centro e una donna da sposare. Tutto era perfetto. E non lo sarebbe più stato.

Nel gennaio del duemila diciotto ci fu un avvicendamento a livello dirigenziale. Stefano Cortesi, manager di lunga data, e responsabile di filiale, l’uomo che lo aveva assunto andò in pensione. Si abbracciarono quel giorno. Alberto fece capolino nell’ufficio della dirigenza:

“Posso entrare?”

“Sei già entrato.”

“Stefano mi mancherai un casino.”

“Tu no!”

“Neanche un po’?”

“Bè forse le tue sigarette. Dammene una?”

“Al solito, più siete ricchi e più siete accattoni.” 

Fumarono in ufficio anche se non si poteva, l’ultima trasgressione prima di andarsene. Poi si abbracciarono. Alberto aveva gli occhi acquosi.

“Mi è andato il fumo negli occhi … mi mancherai,”

“Ragazzaccio non vado mica a morire, vado solo in pensione, e poi sai dove trovarmi”

“Mi stai dicendo che posso venirti a trovare?”

“Bè siamo una famiglia, ricordi?” 

Dicono che nello sguardo delle persone ci sia già quello che vedranno. Gli occhi verdi di Stefano quel giorno erano cupi, come due laghi d’autunno, increspati dal vento. Un anno dopo sarebbe morto per carcinoma polmonare. Quel corpo da ex pallanuotista, solido, alto un metro e ottanta circa, con delle cosce che malgrado l’età continuavano ad essere delle colonne d’Ercole sarebbe arrivato a pesare poco più di sessantacinque chili. Lo avrebbe rivisto ancora una volta. Alberto pensò al suo sorriso amichevole e accogliente e poi tornò con la mente a quella mattina di primavera che trasformò la sua vita in un inferno. 

Ora, ci sono vari modi per aprire la porta sul proprio inferno. C’è chi la spalanca facendosi un bel buco di eroina, chi la spinge delicatamente con lo stesso fare mellifluo della mano tra le cosce di una pivella e mandando a puttane vent’ anni di matrimonio; chi, e questo è il caso di Alberto, decide di buttarla giù con una spallata, sfidando apertamente il proprio superiore. Entrò con forza e scomposto nell’ufficio del suo nuovo dirigente Sergio Lavizzari.

“Cosa vuol dire che la mia ricerca è sospesa?”

“A quanto mi risulta, sono quasi due anni che ci lavori, non mi sembra che tu stia portando molti risultati.”

“Non è vero gli ultimi test sono stati positivi. Lo scorso anno Stefano mi aveva rinnovato la fiducia e anzi mi aveva addirittura aumentato il budget.”

“Stefano non c’è più, ora sono io che decido il budget.” 

“…”

Alberto non rispose. Era paralizzato respirava affannosamente e fissava quello che abitualmente negli ultimi quattro mesi, ovvero dal suo arrivo in azienda come nuovo dirigente di filiale, aveva deciso di chiamare nella tranquillità delle mura domestiche “nano di merda”. Sergio infatti era bassissimo, con occhi pallati e sopracciglia spesse. Un sorriso diabolico come quello di Chucky, la bambola assassina, completava il ritratto che non doveva essere molto dissimile dall’immagine che De André aveva del famoso giudice / nano della sua canzone, quello che aveva “il cuore troppo, troppo vicino al buco del culo”. Già dai suoi primi giorni in Smai.Tec aveva dato prova di non essere uno incline alla simpatia. Anzi il suo modo di fare sbrigativo e innaffiato da abbondante urina di saccenza, lo faceva risultare a tutti piacevole come l’odore di un vespasiano otturato nei mesi caldi d’estate. Sonia rideva quando sentiva i racconti che Alberto ne faceva, in cucina, sorseggiando un buon vino rosso.

“Te ne racconto una!”

“Me ne racconti una?”

“Si, te ne racconto una!”

Passò il bicchiere colmo di Morellino a Sonia, prese posto a suo fianco e cominciò a sorseggiare il suo:  “Oggi il nano di merda ha voluto farci uno di quei bei discorsi motivazionali che tanto piacciono alle aziende americane. Ci ha fatto convocare tutti in sala riunioni e dopo averci esposto la nuova strategia aziendale ha attaccato: perché noi ce la faremo! Perché noi siamo una squadra, che gli obbiettivi sono tutto e che la mission e che il focus sono importanti … poi si è girato ed è scivolato. Ancora un po’ e si ammazza. Che idiota. Per scherzare ho detto che anche stare in piedi è importante. Mi ha fulminato con gli occhi e poi se ne è andato via tutto offeso. Poi la sera, prima di uscire, mi ha beccato che ridevo e mi ha chiesto che cosa mi divertisse così tanto. Pensava ridessi di lui. Nell’ufficio della dirigenza al quinto piano, la luce filtrava dalle finestre, il pulviscolo nell’aria galleggiava ipnoticamente nei raggi del sole. Sergio Lavizzari con le sue gambette fece il giro della scrivania in alluminio e piano di cristallo e si sedette, lasciando penzolare le mani rilassate dai braccioli della sua Topstar da milletrecento euro e continuò a sermoneggiare mentre Alberto restava in piedi immobile, con le orecchie violacee per la pressione rabbiosa che stava accumulando: “Vedi Alberto, all’azienda non interessa quanto i test siano positivi, interessa quanto possano essere produttivi e attualmente i tuoi risultati non hanno prodotto neanche la speranza di un centesimo. Preferiamo dedicarci a prototipi magari meno lungimiranti ma con tempi più brevi di immissione nel mercato, come quello di Bongi.” 

Italo Bongi era un collega, non un amico, un collega, non un buon collega, un collega. Un tipo da buongiorno e buonasera. Da nove anni. Erano entrati insieme in Smai.Tec e quando Alberto venne promosso come responsabile tecnico di filiale, stando al barista del Bar a fianco dell’ingresso della Smai.Tec, Bongi ci aveva sofferto un casino. 

Si occupava prevalentemente di telecomunicazioni e attualmente stava sviluppando un nuovo software, che avrebbe dato maggiore stabilità alle videochiamate per smartphone. Roba di routine, nulla di rivoluzionante, non come il progetto di Betti. Eliminazione di qualsiasi tipo di sim dagli smartphone. Un codice personale che permette l’attivazione di un qualsiasi cellulare, configurantesi via wireless, con tutti i tuoi dati e file in on drive. Perdi il telefono e aspetti la telefonata della vita? Inserisci il codice personale su quello di un amico ed ecco fatto. Questa era un’idea. Ma non per Lavizzari.

“Mi spiace davvero. La tua ricerca è interrotta.” concluse il nano di merda.

Mi spiace davvero. Disse. Non era vero. Sergio lasciava trasparire liberamente un certo godimento nel dire ad Alberto che la sua ricerca sarebbe stata interrotta. Si era prodigato per mesi nell’intento di convincere le alte sfere che i suoi dubbi sul progetto erano sostanziali e ora che ci era riuscito, emanava quella che senza timore di fraintendimento poteva dirsi gioia. E non solo, voleva essere lui stesso a dare la comunicazione. Perché? Perché a Sergio Lavizzari stava sul cazzo Alberto Betti, tutto qui. Punto. Certo non fu questo il motivo per cui la ricerca venne interrotta, in sé e per sé aveva non poche criticità, ma la soddisfazione, il sentimento di anticipazione che provava nel pensare al giorno in cui gli avrebbe dato la triste notizia lo elettrizzava. In lui non sopportava quella spocchia accademica, quel muoversi a proprio agio tra i corridoi della Smai.Tec, senza alcun timore reverenziale. Lavizzari era nuovo nella società ma era comunque il suo superiore e non voleva solo rispetto, esigeva deferenza. E avere il privilegio di poter dire ad Alberto che la sua ricerca era interrotta era il primo passo per ottenerla. Quando uscì dall’ufficio della dirigenza Alberto era fuori di se, si sentiva come immerso in una schiuma calda. Andò in bagno si sciacquò la faccia, si fermò qualche istante con le mani sugli occhi, premendo intensamente coi palmi sui bulbi oculari, gli sembrava di provare sollievo. Si guardò allo specchio e all’improvviso strinse i pugni e cominciò a colpirsi in testa, con entrambe le mani, forte, con le nocche, in prossimità delle tempie. Sfogò la rabbia su di se. In gioventù gli capitò spesso di farlo, una volta dopo una lite furibonda in famiglia si spaccò la mano sferrando un pugno sul coprifilo della porta di camera sua. A quindici anni in un momento difficile della sua adolescenza, dopo aver perso il padre, per un certo periodo cominciò a infliggersi dei tagli sul petto, sull’avambraccio, utilizzando un Cutter. Era l’unico modo che aveva trovato per sfogare la rabbia. Sugli altri non poteva, non più.

Si sciacquò nuovamente la faccia, si asciugò, piegò quasi maniacalmente l’asciugamano, chiuse delicatamente la porta del bagno e tornò alla suo laboratorio. Bongi lo vide prendere la giacca e incamminarsi verso l’uscita.

“Ehi Albe tutto bene?”

Non ricevette risposta.

Quella sera a cena, Alberto raccontò tutto a Sonia ma sta volta non c’era nulla di divertente. Lei ascoltò con attenzione, si morse il labbro inferiore, guardò il volto teso del proprio compagno e capì che la cosa non era da sottovalutare. Quella di interrompere la sua ricerca non era solo una scelta aziendale, dietro c’era una questione personale. Alberto aveva un nemico. 

La mattina seguente alle sette e quaranta posteggiava la sua bici sotto i portici sui quali pesava il massiccio palazzo anni settanta  sede operativa della Smai.Tec. Prese l’ascensore fino al terzo piano e come d’ abitudine fece una sosta nell’area ristoro per un caffè. Era una sala molto luminosa, con finestre in linea per tutto il suo perimetro, i piani si reggevano in virtù di spesse colonne di cemento armato, il pavimento lucido per un recente restyling in resina azzurra conferiva all’ambiente un aspetto di modernità. 

Alberto in piedi davanti al distributore sorseggiava il suo secondo caffè e che gli avrebbe giustificato la quinta sigaretta della giornata, che già stringeva tra le dita, pronta per essere accesa. Era ancora chiaramente turbato. Aveva dormito poco e male. La notte non era stata per niente foriera di buoni consigli, ma solo di incubi. Sognò di trovarsi nudo in mezzo a una strada affollata. Si era perso e chiedeva indicazioni ma tutti lo ignoravano, tranne un gabbiano che gli si avvicinava minaccioso e che sollevandosi in volo puntava dritto verso i suoi occhi, strappandoli con delle beccate decise, per poi accanirsi sulle guance, dalle quali una volta lacerate spumava copiosa la saliva mista sangue. 

Non si svegliò né di soprassalto, né tutto sudato bensì venne svegliato come tutte le mattine, da nove anni a questa parte, dal suono della sveglia e dal profumo di caffè già pronto in cucina. Sonia si alzava alle sei e trenta, apriva naturalmente gli occhi, voltava la testa, guardava l’orologio e vedeva sempre la stessa ora, minuto più minuto meno. All’inizio questa sveglia biologica, la infastidiva non poco ma col tempo si era abituata fino a darle un senso e ne approfittava per leggere qualche pagina di romanzo in assoluta tranquillità, mentre veniva su il primo caffè della giornata. Alberto andò in cucina ma decise di tenersi per se l’incubo. Lo lasciò rinchiuso nella sua testa sperando che si riassorbisse nella materia grigia. Se ne avesse parlato lo avrebbe reso in qualche modo memorabile e lui non voleva. Eppure anche ora che era alla Smai.Tec non riusciva a toglierselo dalla testa. Era un ingegnere, un logico, e non credeva all’interpretazione dei sogni o altre boiate del genere, ma se avesse dovuto dire la sua, avrebbe detto che nel sogno era nudo perché togliendogli la ricerca era come se lo avessero privato di tutto, nessuno lo aiutava perché nella Smai.Tec ognuno pensava al proprio orticello e anche lui non si era mai tirato indietro quando si trattava di fregarsene degli altri. E il gabbiano, bé, il gabbiano era il nano di merda, che gli strappava gli occhi togliendogli la possibilità di vedere il proprio futuro e lasciandolo schiumare dalle guance senza poter dire una parola.

Alberto era uno che non riusciva a mascherare troppo bene le sue emozioni, mentre con la palettina trasparente girava l’arabica delux da settanta centesimi e cercava di dare un senso al suo mondo onirico venne interrotto da un “Tutto bene?”.  Era Bongi. 

“Quel pezzo di merda di Lavizzari mi ha tolto la ricerca.”

“Perchè?”

“Dice che l’azienda preferisce progetti come il tuo.”

“Capisco.” disse Bongi annuendo con la testa ma con il tono della voce come per dire – così proprio non va bene.

Si rimane sempre colpiti dalla assunta e stupefacente verità riguardo la comunicazione non verbale, di quanto sia più chiara di mille parole. Dietro quel “capisco” Alberto ci vedeva un mondo! Era un capisco pieno di: Io ce la sto facendo e tu no. Ci godo ma non posso dirtelo. Io sono un genio ma mantengo il profilo basso. Urlerei dalla gioia ma non posso, perché io sono un bravo bambino.

E ora cosa pensi di fare?  

Sono proprio un bravo bambino che si preoccupa del collega più sfortunato. 

Niente. Aspetto che mi venga un’idea e nel frattempo continuo a fare il responsabile tecnico.

Tanto lo so che non te ne frega un cazzo e che vorresti farmi le scarpe.

Se ti conosco bene, tempo una settimana sei già con la testa su un altro dei tuoi progetti.

Spero di no, e sì, vorrei farti tanto le scarpe!

Il mese successivo Alberto si annoiò parecchio. Il ruolo di responsabile tecnico svolgeva prettamente mansioni burocratiche. Apposte un paio di firme, acconsentiti gli acquisti del materiale tecnico  necessario e poco altro, il resto delle giornate Alberto le passò gettando pallette di carta in un secchio da una distanza sufficiente per renderlo divertente, cazzeggiando su internet, chiamando in negozio Sonia e appoggiando la fronte alla finestra che lasciava sempre trasparire una giornata viva ma inutilmente ferma. Avrebbe potuto andare avanti lo stesso con la sua ricerca, e semmai ne fosse venuto a capo avrebbe potuto vendere i risultati fuori della Smai.Tec ma si sentiva svuotato.  Per fortuna c’era Sonia. Si era innamorato di lei quasi subito. La cosa andò così. Per raggiungere la Smai.tec doveva prendere due autobus, la macchina era da escludersi, in centro c’erano solo parcheggi a furto legalizzato, l’alternativa era farsi 40 minuti a piedi o comprarsi una bicicletta. No, lo scooter no, ad Alberto non gli piaceva, da ragazzo aveva provato quello di un amico cadendo due volte in un giorno, con conseguente perdita dell’amico. La bici era perfetta. Così andò in uno di quei mega centri commerciali di articoli sportivi. Mentre cercava di orizzontarsi nella scelta migliore, cosa non facile per un ingegnere che in questi casi può diventare veramente ossessivo, una voce corse in suo aiuto.

“ Bisogno di un conisglio?”

“Grazie, sei gentile. Hai visto che ero in difficoltà nella scelta?”

“Si, ma non sono gentile, è che stiamo per chiudere.” rise, di un sorriso bello, spontaneo, incorniciato da labbra carnose.

“Oh, scusa allora mi sbrigo.”

“Questa è una Olmo bivio, l’ideale per la città, dalla linea molto elegante.”

“Cambio?”

“Shimano TY ventuno.”

“Mi sembra anche bella leggera.” disse Alberto soppesandola.

“Si. Pesa solo quindici Chili.”

“Tu prenderesti questa?”

“Si, e la prenderei verde.”

“Ti piace il verde?”

“No, è l’unica che è rimasta!”

“Perfetto, verde allora.”

“Vieni ti accompagno alla cassa!”

“Grazie …” leggendo il cartellino “ Carla.”

“Mi chiamo Sonia.”

“Ma sul cartellino c’è scritto Carla.”

“È un nome finto che uso qui in negozio, non mi va di fare sapere quello vero.”

“Ah, e allora perché me lo hai detto?”

“Non lo so.”  disse guardandolo di sbieco inclinando il capo verso sinistra. Malizia, invito, gioco, dolcezza, vino, letto, carezze, tutto in uno sguardo.

“Io mi chiamo Alberto, ma in giro mi conoscono come Vercingetorige.” rise di nuovo. Che bello.

Lavizzari per un po’ se ne stette tranquillo, nel suo quinto piano dirigenziale, solo ogni tanto faceva capolino al terzo, dove le porte dell’ascensore si aprivano su lungo corridoio che faceva da sparti acque tra i laboratori equamente distribuiti tra destra e sinistra, illuminato dalla finestra finale che si affacciava su dei giardini arredati per la pausa aziendale. Il laboratorio di Alberto era il terzo a sinistra, dieci metri quadrati, spazio sufficiente per una scrivania, e un banco da lavoro con tutti gli strumenti necessari per pensare e costruire il futuro. Poi una mattina, la sorpresa, Alberto trovò quel fastidio di persona seduto al suo posto, dietro la sua scrivania, tra le sue cose.  Lo stava aspettando invadendo il suo spazio.

“Buongiorno Betti.” sorrise sornione.

“Buongiorno.” rispose Alberto dandogli subito le spalle con la scusa di togliersi la giacca.

“Mi sono permesso di sedere al tuo posto.” sempre con uno sguardo sardonico “Senti Betti sono qui per comunicarti alcune cose.”

“Potevi chiamarmi.”

“Si potevo. Ma è una questione squisitamente delicata. La sede centrale della Smai.Tec ha deciso di decentrare alcune linee produttive, come quella della produzione di fibra ottica. È un lavoro molto impegnativo, di responsabilità, da seguire da vicino. Una produzione che a pieno regime sarà di dodici ore al giorno con turnazioni di sei ore per gli operai. Chiaramente il responsabile dovrà seguire l’intero ciclo. Ho pensato a te in questa posizione.” 

“Ma come… io sono nella divisione ricerca e sviluppo.”

“Non più. Nel frattempo che trovi un nuovo progetto per la Smai.Tec ho pensato di impiegarti così.”

“Ma qui sono il responsabile tecnico.”

“Non più, Bongi sarà promosso al tuo ruolo.”

“Ma per quale motivo?”  

“Sono scelte aziendali.”

Si sentì avvampare, mise le mani tra i capelli, fece un giro su se stesso, fece un passo verso l’uscita come prendere spazio alla rincorsa poi si girò di nuovo in direzione del nano e lanciò il suo: “Ma  che cazzo dici, sono le tue scelte, le tue!”

“Modera i termini Betti.”

“Modero un cazzo!”

Dagli altri laboratori sbucarono teste incuriosite. Bongi che era nel laboratorio vicino invece rimase seduto alla scrivania. Sono un bravo bambino e ce l’ho fatta.

“Io non ci vado in linea di produzione, vaffanculo io sono un ingegnere, laureato con centodieci e lode, ho sviluppato cinque brevetti per la SmaiTec, mandaci un altro a fare lo schiavo!”

“…”

Lavizzari rimase in silenzio, si alzò di scatto e senza degnarlo di uno sguardo infilò l’uscita. Alberto, immobile, se lo vide sfilare sotto il naso, ne udì i passi mocassinati che tacchettando raggiungevano l’ascensore. 

Di nuovo quella sensazione terribile di implosione. Il respiro pesante. Si piegò su se stesso e si colpì a pugni chiusi i quadricipiti “Cazzo, cazzo, cazzo!”, il collo si contrasse incordandosi. Avrebbe voluto stringere la faccia di quell’omuncolo e sbatterla contro muro, con una testata gli avrebbe annullato quel sorrisetto per sempre ma non poteva, l’unica cosa che poteva fare era sfogarsi su se stesso, colpirsi nevrastenicamente, prendere un cacciavite e incidersi il petto, così di scatto. Erano passati vent’anni dall’ultima volta. Era il mille novecento ottantacinque. Aveva quindici anni e aveva perso suo padre da un anno circa. L’elaborazione del lutto fu lunga e travagliata. In una mente adulta la comprensione di un evento, come la perdita di un genitore, trova soddisfazione in quell’ordine naturale delle cose che tutto ci fa accettare in virtù di quella ruota che gira e che si chiama vita. Per carità, questo non ci rende esenti da lacrime e immuni da sofferenza ma tutto sommato è più accettabile. Nella mente di Alberto invece tutto questo era reso più arduo dalla profonda convinzione di aver vissuto la più grande delle ingiustizia. A quindici anni perdere un genitore è amputazione. Sei un treno in corsa a cui tolgono d’improvviso le rotaie. Deragli. Non sei più quello di prima, il compagno di classe, il nipote affettuoso, no ora sei un altro, se quello a cui è morto il papà. E così finisce che ci diventi davvero un’altro, non sei più tu. Alberto se ne era andato, al suo posto c’era uno nuovo. Negli occhi degli altri vedeva solo pietà, una pietà di cui non sapeva che farsene, vattene, che provoca solo rabbia, ti odio! Una rabbia viscerale, spacca, distruttiva, spacca tutto! E che aspetta solo di essere sfogata. Prima o poi quel momento arriva. Risalendo una stradina mattonata, dopo scuola, incontrò due scemi. Li conosceva, se la prendevano sempre coi ragazzini più piccoli. Uno dei due gli si parò davanti: “Sei tu l’orfano?”   “Cosa?” “Sei tu l’orfano del cazzo?”  “…” “Gne, gne” lo perculava l’altro, Alberto cominciò a sentire tutto ovattato, aveva gli occhi caldi. “Gne, gne, povero senza padre.” Alberto si senti spegnere, come se qualcuno gli avesse strappato l’alimentatore della coscienza. Non pensò più a niente, si avventò su quello più vicino, colpendolo con una testata, dritta sul spina nasale, dal basso verso l’alto, vide crollare a terra quel sacco di letame lardoso e poi giù pugni, a martello, di quelli che fanno più male. Alberto non c’era più, c’erano solo i pugni chiusi e  il sangue che schizzava. L’altro scappò a chiamare aiuto. Quando tornò, il suo amico era sfasciato, dal naso il sangue usciva a flotti. Un profondo taglio si apriva sull’arcata sopracciliare. Non parlava, gorgogliava. Alberto invece era come sotto shock, venne preso e portato via da una vigile urbano. Non oppose resistenza alcuna. Fu denunciato. La madre pagò una bella cifra alla famiglia dello scemo perché la denuncia fosse ritirata. Alberto non avrebbe mai più alzato un dito su nessuno. Si era spaventato ma non tanto per la violenza sprigionata quanto per il fatto che non si ricordava nulla. Ricordava solo la parola orfano, il fiatone per lo sforzo fisico e il mal di testa che aveva prima di venir preso e portato in caserma. Ora quando provava rabbia per qualcosa o verso qualcuno si tratteneva dal reagire e si tagliava. Alcune volte si chiudeva in bagno e lo faceva freddamente, guardava la pelle aprirsi sotto lo scorrere lento del cutter, cerchi rossi di sangue macchiavano il lavandino poi lo scorrere dell’acqua portava via tutto in un vortice striato di rosso. Non sapeva perché ma dopo si sentiva un po’ meglio e tanto gli bastava. Altre volte invece si tagliava seguendo un impulso nervoso, quelli erano tagli più profondi, istintivi, pericolosi. Alla fine di quell’anno aveva collezionato sei tagli sul braccio destro, quattro su quello sinistro e altri quattro sul petto. Poi un giorno smise di farlo. Una discussione con un professore a scuola che lo aveva mandato fuori dalla classe. Arrivò a casa teso, si fiondò in bagno sbattendo la porta. Voleva tagliarsi, incidere quel bubbone di pus rabbioso e allentare la pressione, fortissimamente lo voleva, tremava quasi dalla voglia di farlo. Fu sua madre da dietro la porta del bagno a pregare di non farlo. “amore non lo fare, la mamma è con te, ti prego non tagliare mio figlio, apri amore, apri …” Aprì la porta. La vergogna, la fragilità, cominciò a piangere, si fece abbracciare. Seguì un lungo silenzio, poi stringendo la madre sentì quella tensione allo stomaco che si scioglieva. Ben tornato Alberto.

Aprì la porta di casa, andò subito in camera da letto, voleva cambiarsi la camicia sporca di sangue prima che tornasse Sonia. La strofinò per bene con un pezzo di sapone, la sciacquò e poi la nascose tra lo roba sporca già in lavatrice.

Si disinfettò dove si era ferito, sullo sterno, la forma della punta  a taglio del cacciavite affondava per due o tre millimetri, appose un cerotto di quelli quadrangolari. Una t-shirt a girocollo avrebbe nascosto la medicazione. Giusto in tempo. Lo sferragliare delle chiavi nella toppa della porta di casa avvertì dell’arrivo di Sonia. 

“Ciao, sei già a casa?

“Già” sorrise prima di rifugiarsi in cucina accarezzandosi la nuca.

“Amore tutto bene?”

“Vieni di là, apro una bottiglia di vino, e ti racconto.”

“Che succede? Di nuovo problemi con Lavizzari?”

“Si”. Seguì una pausa di riflessione, teneva lo sguardo basso facendo no con la testa, non sapeva bene da dove cominciare. Dalla fine? Vaffanculo io sono un ingegnere … centodieci e lode … cinque brevetti  … mandaci un altro a fare lo schiavo! O dall’inizio? Da Lavizzarri: È un lavoro molto impegnativo, di responsabilità, … dodici ore al giorno … Ho pensato a lei in questa posizione”. Poteva partire anche dal centro: Bongi sarà promosso al suo ruolo. Decise di iniziare da come si sentiva: Sono a pezzi. E cominciò a raccontare. 

“Parlane con Stefano, lui ti può aiutare!”

“Stefano?”

“Si è l’unico che può intercedere per te nelle alte sfere, lui ti conosce, sa quanto vali,  ti vuole un gran bene.”

“Stefano ora ha altro a cui pensare ha iniziato la chemio, gli ci manco io.”

“Ti vuole bene …”

“…”

“Provaci”

“Domani lo chiamo, beviamo.”

Passarono due giorni, aspettò il sabato prima che Alberto si decidesse a chiamare. “Vediamoci” gli disse Stefano prima di essere colto da una crisi di tosse. Alle tre del pomeriggio Alberto suonava al citofono della villetta a due piani di Stefano. Ad accoglierlo la moglie Valeria.

“Ciao Alberto, vieni, quanto tempo.”

“Ciao Valeria.”

Si baciarono e si incamminarono verso il giardino. Attraversarono l’ingresso, al centro del quale troneggiava la scala che portava al piano superiore, passando sotto un arco ecco la sala riccamente arredata in stile old America con tanto di camino, vero, per raggiungere in fine la veranda che si affacciava su una verde distesa di novanta metri quadri, un salice piangente nell’angolo ovest del giardino ondeggiava pigramente sotto l’influenza di una brezza settembrina che rinfrescava l’aria e l’animo di Stefano, seduto in sedia a rotelle al tavolino di ferro battuto. 

“Ti sono mancato?” 

“E io?”

“Stefano non sai quanto!”

“Siamo una famiglia.”

“Già.”

“In cosa posso esserle utile signore?”

Valeria li osservava dalla veranda, lontana, non voleva essere di troppo o forse non voleva profanare quella che sembrava un’ immagine sacra, un uomo giunto alla fine del suo viaggio dava l’ultimo consiglio ad un giovane che poggiato con i gomiti sulle ginocchia, quasi in reverenza ascoltava rispettosamente. Si lasciarono con la promessa di Stefano che il lunedì avrebbe chiamato la direzione centrale della Smai.Tec per avere chiarimenti. Che non arrivarono mai, non fece in tempo a telefonare. La notte di domenica una crisi respiratoria mandò in fibrillazione il cuore di Stefano che smise di battere alle cinque e trentacinque di lunedì. All’alba del dieci settembre duemila diciannove. La telefonata di Valeria arrivò ad Alberto che era già in ufficio, aveva appena finito di leggere la lettera di licenziamento posata sulla sua scrivania. Colleghi gli dissero che Lavizzari l’aveva portata di persona. Baratro.

Aveva vagato tutto il giorno in cerca di una soluzione, ma niente, trovava solo domande, ed ora eccolo li seduto sotto i portici a fissare quella cazzo di insegna. Estrasse l’ennesima paglia, ne odorò la fragranza tossica e facendo rotolare il filtro tra indice e pollice, morbido, continuava a chiedersi che cosa davvero fosse successo. Accese, diede una boccata profonda e quando fece per togliere la sigaretta di bocca questa rimase incollata tra le labbra asciutte, strappando un lembo di pelle. Cristo, il suo licenziamento era proprio come quello strappo e lui era il lembo di pelle staccato. Sonia provava a contattarlo da ore, senza mai ricevere una risposta. Alberto non sapeva che fare. Poi sentì di non contenere più la rabbia, l’odio la frustrazione, la sensazione di blackout arrivò, Alberto stava sparendo di nuovo come quel giorno di ritorno da scuola, poi buoi solo qualche ricordo. Passi svelti, sbrigati, una cartoleria, si sente bene? Un cutter, tagliare. Ehi nano di merda!

20 Novembre 2020

Riunita in Camera di consiglio ha emesso la seguente ordinanza.

   Con  sentenza  in  data  20 Novembre 2020 il G.u.p. del tribunale di Milano,  assolveva, l’imputato Alberto Betti dal  reato di tentato omicidio in danno Al Sergio Lavizzari perche’  non  imputabile  per  vizio  totale  di  mente  e,  ai sensi dell’art. 222 c.p., gli applicava la misura di sicurezza del ricovero in  ospedale  psichiatrico  giudiziario  per la durata minima di anni

due.

   Avverso   detta   sentenza  hanno  proposto  appello  i  difensori dell’imputato   chiedendo  di  qualificarsi  il  fatto  come  lesione

personale  non  avendo  la  persona offesa corso pericolo di vita;

Si avvia altresì indagine di approfondimento di reato per mobbing perpetrato dal Lavizzari a danno del Betti. 

Il giorno della sentenza prima di essere internato Alberto si fece portare al cimitero, posò un mazzo di fiori sulla tomba di Stefano. Pianse abbracciò Sonia e di nuovo sentì quella tensione allo stomaco che si scioglieva. Ben tornato Alberto.

 

Enzo Paci.