IRENE – Un racconto di Ferdinando de Martino

IRENE  

Raccontare non è arte, ma puro artigianato. 

Ricordo distintamente un momento della mia vita. Mi trovavo sul divano di mia zia, quando mio cugino Lucio iniziò a raccontarmi una storia. All’interno di quel racconto c’era qualsiasi cosa: amore, paura, coraggio, interrogativi e sangue. 

L’idea di fare lo scrittore era lontana anni luce da me e prima di vivere la sua gestazione sarei passato per voler fare, in ordine cronologico: il cane, il giornalaio, nuovamente il cane, il giocatore di pallacanestro, il rapper, il regista, il bassista, il pittore, il cantante grunge, lo psicologo e una serie di altri lavori.

La storia di mio cugino raccontava di un nobile est europeo che ad un certo punto della sua vita aveva voltato le spalle alle forze del bene per diventare un essere malvagio. Sentii parlare in quel giorno, con le tende serrate per creare atmosfera, del conte Dracula. 

Quando vidi per la prima volta il film di Coppola rimasi incantato, perché conoscendo già la storia, riuscii a concentrarmi sul contesto e sulle meravigliose espressioni di Oldman. Più avanti lessi il libro e rimasi colpito dall’escamotage epistolare ma in tutta onestà non riprovai mai più in vita mia quel brivido lungo la colonna vertebrale vissuto quando mio il mio cugino più grande mi raccontò la sua versione del famoso film. 

La grande verità è che le storie non sono niente. L’unica cosa che conta non è il racconto, ma come esporre questo al pubblico. 

La stessa barzelletta può risultare divertente se raccontata dall’amico barzellettiere del momento o insipida se messa in scena da una persona poco simpatica. Insomma, raccontare e il racconto sono due cose molto diverse. Il racconto in sé vive in una dimensione di “come e quando”, mentre il raccontare si trova in quella parte del cervello in grado di far partorire il jazz ad un trombettista. Nulla racchiude in sé più storytelling della musica jazz. 

In anni ed anni di letture, scritture, correzioni, studi e produzioni non ho fatto altro che ricercare quella stessa sensazione che provai quando per la prima volta mi venne raccontato il mondo di Dracula. Mi sono anche ritrovato in Transilvania per un paio di mesi, ma più che da Vlad Tepes rimasi ammaliato dalle bellezze locali e da una tipologia di grappa che mi provocò un’ilare sbronza e una settimana di dissenteria. 

Il giorno in cui decisi di lavorare veramente con la scrittura  fu anche uno dei più brutti giorni della mia esistenza. Mio zio se ne stava lì. La vita l’aveva abbandonato e quello che rimaneva era un ricordo impallidito dalla malattia e dall’agonia. Lo guardavo ma lui non guardava me. 

Non avevo nessuno al mio fianco. L’amore era un concetto che conoscevo, perché l’avevo toccato, esattamente come avevo toccato mio zio, mio nonno, mia nonna e mia zia ma la morte e l’amore, per quanto potessi stringerli tra le mani, non riuscivo proprio a comprenderli a pieno. Forse perché non c’era qualcuno in grado di raccontarmeli come era accaduto per la storia di Dracula, ma mio cugino, accanto a me in quel triste momento, sembrava vittima della stessa incertezza. 

Mi definisco un epicureo e sono perfettamente in grado di voltare la pagina e continuare quel misterioso romanzo che chiamiamo vita, ma quel momento mi segnò particolarmente. 

Quante cose avrei voluto poter dire a mio zio. Prima la malattia mi impedì di esporre i miei pensieri, poi la morte uccise anche la speranza di poter dialogare un’ultima volta con quella persona che per anni ed anni aveva stretto la mia mano per portarmi giocare a calcio al campetto, quando gli altri bambini non giocavano con me. Non era così importante avere degli amici, perché io avevo mio zio che dopo ore di turni in fabbrica trovava sempre del tempo da dedicarmi. 

La sensazione che provavo in quei momenti era di essere realmente importante per qualcuno.

Al cimitero capii che probabilmente non sarei mai più stato di vitale importanza per nessun altro. Mi andava bene. Non era niente di drammatico. Il mondo era pieno di persone che finivano per saltare in aria per colpa di una mina, gente mutilata e malati. La mia piccola guerra aveva un’importanza microscopica. 

Mi erano passati davanti novemilaquattrocentonovanta giorni e in ognuno di questi mio zio era esistito, lontano o vicino che fosse. 

Durante quei novemila e passa giorni la vita era stata un qualcosa di cui non avevo capito un benemerito cazzo. 

Mi sentivo come quelle persone che fingono di trovare un significato ad un quadro astratto per non fare la figura degli ignoranti. Per me vivere equivaleva a fingersi un esperto d’arte concettuale. 

Decisi che fino al giorno in cui non mi sarei trovato anche io su quel lettino, avrei deciso il mio destino. Capii che nessuno mi avrebbe restituito quei novemilaquattrocentonovanta giorni ma  anche che nessuno mi avrebbe più imposto niente per tutti quelli che sarebbero venuti.

Iniziai a lavorare giorno e notte per mettere in piedi una casa editrice e impostare una struttura lavorativa solida, senza niente in mano e zero santi in paradiso. Nessuno me l’avrebbe messo in quel posto perché se da un lato a santini ero messo male, di demoni avevo un poker e qualche jolly nella manica. Avrei barato, combattuto e fatto tutto il possibile per arrivare alla fine dei giochi con un bel sorriso e un dito medio raggrinzito ben alzato. 

La letteratura divenne il mio mondo e l’ufficio una Batcaverna. Sentivo nuovamente quel brivido di quando mio cugino mi presentò Dracula.

Una parte di me se ne andò quel giorno, perché l’unica persona che aveva giocato a calcio con me quando gli altri bambini mi ignoravano era morta. Non avrei mai più giocato con nessuno. 

Tre anni dopo, durante un reading di un mio autore, incontrai quella che sarebbe diventata mia moglie. 

Era una ragazza. Bella, intelligente e dotata, ma esattamente come me, era un essere umano e gli umani vivevano quella stessa vita che io non capivo. Toccavo vita e toccavo morte, ma continuavo a non capire. 

Avevo letto in alcuni libri che l’amore finiva per farti capire tutto, ma dentro di me sapevo che si trattavano di semplici frasi per convincere le persone a non spararsi in testa e non per bontà d’animo, ma perché da addetto ai lavori vi garantisco che i dati relativi all’acquisto di libri da parte delle persone chiuse in casse di mogano sono pari a zero. 

Presi un aperitivo con quella ragazza. Poi cenammo assieme e ci baciammo. Iniziammo a frequentarci e alla fine ci sposammo. Perché?

Perché il problema non era la vita. La realtà era che non avevo mai avuto bisogno di capire il suo senso. Esattamente come con i racconti non era il racconto in sé ad essere importante, ma il modo di raccontarli; la vita, raccontata da Irene, era in grado di togliere il fiato.

 

 

 

Ferdinando de Martino

1 Commento

  1. Anonimo

    Bellissimo Ferdi
    Fortunata Irene
    Fortunanato tu

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