l’infernale

Mucchio d’ossa | STEPHEN KING | Best Seller d’autore

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Devo ammettere che non mi sarei mai aspettato un libro del genere da Stephen King.  Ovviamente non mi riferisco all’appartenenza di genere, quanto più al particolare ed estremamente ben definito stile letterario.

Mucchio d’ossa è un libro che mi ha letteralmente conquistato dalla prima all’ultima pagina.

Entrare nella mente e nelle elucubrazioni di un personaggio delineato alla perfezione in una veste autoriale mi ha regalato un eccellente punto di vista sul mondo della letteratura, nonostante abbia letto decine e decine di libri sul “blocco” dello scrittore.

Molti potrebbero gridare alla banalità, ma “Mucchio d’ossa” non è un libro sul morbo dello scrittore senza parole, bensì una storia in cui eventi ben più importanti hanno come cornice il suddetto problema che molti scribacchini vivono come un suicidio professionale .

I brividi trasmessi dai dialoghi-monologhi mi hanno congelato l’anima più d’una volta.

Leggendo le pagine di questo piccolo gioiello mi sono imbattuto in un vero e proprio best seller d’autore.

Ferdinando de Martino.

JOHN WICKER | DREAM | presto su Amazon

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Stiamo lavorando agli ultimi ritocchi al nuovo romanzo di John Wicker “DREAM” e mi ritrovo qui, con questo romanzo tra le mani .

Partire con il progetto editoriale dell’Infernale è un piacere inimmaginabile.

Le uniche anticipazioni che possiamo darvi sono relative al genere: DREAM  è un misto tra la classica narrativa weird e l’horror grottesco.

Ho iniziato a leggere le prime pagine di questo romanzo e mi sono sentito subito trascinato in un mondo fatto di avventure in tinte cupe e vite normali, tramutate in qualcosa di estremamente prezioso.

Sono sicuro che avrete avuto il tempo di apprezzare questo scrittore sul nostro portale, leggendo i suoi racconti e se non l’avete ancora fatto… potete trovarli qui: http://linfernale.altervista.org/j-wicker/

Comprare un libro è un po’ come firmare un contratto con se stessi, una sorta di sfida contro il mondo esteriore pre accrescere quello interiore.

 

John Wicker è uno scrittore sensazionale, capace di commuovere ogni molecola del corpo del lettore.

A breve parleremo anche della trama del primo volume di questa trilogia.

Ah, è vero… mi ero dimenticato di dirvi che DREAM sarà una saga d’autore.

Un saluto a tutti i lettori del blog

 

Ferdinando de Martino.

ORDINA IL TUO QUADRO | Arte-regalo per Natale | Post-Er-Art

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Per ordinare un quadro presente all’interno del catalogo del blog, basta scrivere una mail all’indirizzo di posta elettronica [email protected] oppure, potete utilizzare i commenti del sito.

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A Natale REGALA un quadro e sicuramente risulterai originale e ricercato.

Oltre alle opere presenti nel catalogo, è possibile prenotare un ritratto discutendo direttamente con l’autore dei quadri, progettando un’opera unica ed originale.

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Ferdinando de Martino.

Scrittura creativa | DESCRIZIONI CONVINCENTI | di Ferdinando de Martino

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Una delle regole basilari della scrittura è stata ampiamente descritta da autori come Hemingway: SEMPLICITÀ
Il problema della semplicità come concetto letterario è abbastanza particolare, perchè per quanto possa risultare ironico, non è semplice essere semplici.
Partiamo dal concetto di semplificazione.
Leviamoci dalla testa che semplificare voglia dire tagliare, no… tagliare vuol dire tagliare, mentre semplificare e una mera questione di punti di vista.
Per spiegare al meglio questa cosa, utilizzerò un semplicissimo esempio propedeutico alla semplificazione.
Nella narrativa contemporanea, la semplificazione è sinonimo di verità e tutto ciò che non risulta vero diventa automaticamente artefatto o complesso.
Ma come facciamo ad essere veri?

Prepariamo un soggetto per un incipit:

Una ragazza legge una lettera, seduta nella sua cucina.
Abbiamo il soggetto e adesso proveremo a realizzare in maniera veritiera questa scena, partendo da un modo grezzo di descrivere il tutto.

Marta stringeva tra le mani la carta porosa di quella lettera, contenente una risposta che attendeva ormai da troppo tempo.
La cucina era silenziosa, quasi come se stesse aspettando qualcosa di ancestrale.

Vedete? Abbiamo la cucina, la ragazza e la lettera; oltretutto abbiamo usato anche il termine “ancestrale”, quindi dovremmo essere dei fighi… invece, manca la verità.

Come arriviamo a ciò che è vero? Cambiando prospettiva.
Quando raccontiamo una storia, siamo davanti ad una tastiera. Questo è il primo errore: quando scriviamo una storia, dobbiamo essere all’interno della storia.

Se entriamo in quella cucina, vivremo l’ambiente, ma questo non vuol dire che dobbiamo metterci a descrivere ogni oggetto e sensazione, perchè Proust è già esistito. Quello che dobbiamo fare è vivere in maniera reale tutto ciò che ci circonda.
Limone. La fragranza del detersivo per i piatti che stagnava nel lavandino era sicuramente limone.
Riusciva ad infiltrarsi nel legno, passando per le intercapedini, tra i muri, sotto le sedie e perfino nelle narici di Marta, impegnata a sfiorare la colla appiccicaticcia di quella busta.
La sedia scricchiolava, interrompendo gli attimi di silenzio in cui si perdeva in mille divagazioni.

Abbiamo la cucina, anche se non è stata nominata, abbiamo la busta, la sedia e Marta ma la verità è data esclusivamente dai sensi implicati nella descrizione.
Non c’è nulla di visivo, perchè in questo caso ci siamo affidati solamente all’olfatto, all’udito e al tatto, eppure il lettore ha la scena davanti agli occhi: una ragazza legge una lettera, seduta al tavolo della sua cucina.
Il lettore non è uno stupido, anzi, nella maggior parte dei casi è più intelligente dello scrittore, perchè il tempo che lui impiega a battere le parole sulla tastiera, il lettore lo impiega leggendo e questo la dice molto lunga su tutta la questione.

Non dobbiamo mai dimenticarci che un libro è intrattenimento e l’intrattenimento è interattivo: mai dare troppo o troppo poco.
Dare il giusto al nostro pubblico, significa semplificare la narrazione con espedienti sensoriali, atti a gettare il lettore all’interno della storia, facendolo sentire parte integrante di quel magico processo che è la letteratura.

 

Ferdinando de Martino.

Mamma Rai e il bullismo stipendiato | Lo strike della Littizzetto | Ferdinando de Martino

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Mamma RAI riesce sempre a dare il buon esempio.

In un periodo in cui non si fa altro che parlare di bullismo, cyberbullismo e affini, ho assistito ad una scena da Oscar in diretta televisiva.

Non c’è niente da fare… gira che ti rigira, per quanto il tempo sia passato da quelle impiccagioni delle piazze medievali alle quali partecipavano tutti i sudditi dei vari regnanti, la formula che continua a vendere più d’ogni altro format è sempre la stessa: sbatti il mostro in copertina e prendilo in giro.

Non importa quanto sembri sincera una persona; tutto quello che esce dalla bocca dei teatranti dell’industria televisiva è -Datemi la vostra attenzione così possiamo tramutarla in ville e piscine.

Ricordate quando Luciana Littizzetto si prodigò con tutta se stessa contro gli atti di bullismo di un gruppo di studenti di un liceo scientifico? Io lo ricordo molto bene, perchè tutto ciò che ha come minimo comune denominatore il qualunquismo si stampa a fuoco nella mia memoria.

In questi giorni la stessa comica ha basato un suo intervento sulla seguente struttura:

Prendi Mickey Rourke, piazza la foto del noto attore davanti al pubblico e prendilo in giro per i suoi ritocchi, per il modo di vestire e per la sua somiglianza con una milf.

Bene… tutto regolare con lo stile RAI: oggi vende la predica contro il bullismo, domani vende il bullismo.

Qualcuno di voi saprebbe dirmi, in totale sincerità, in cosa differisce il gesto della Littizzetto da una qualsiasi gogna studentesca in cui lo studente effeminato viene preso in giro davanti ad un’intera classe?

Dai… ve lo dico io. Il bullo della scuola media ha tredici anni, non cinquanta e a livello teorico, ci si dovrebbe aspettare un po’ più di cervello da parte di una persona matura.

La comica ha definito in diretta televisiva, il noto attore, come un Rambo pronto per il gay-pride. Insomma, uno strike di categorie per l’attrice che ha deciso di emulare Salvini per intelletto a quanto pare.

Vorrei solamente dire una cosa alla Littizzetto.

Luciana, anzi, Lucianina… se vuoi assumermi come autore, potrei consigliarti un fottio di nuovi spunti se vuoi basarti sulle prese in giro a livello estetico.

Tanto per cominciare potresti sottolineare la vecchiaia della Montalcini, il volto emaciato di Freddie Mercury, la statura dimezzata di Zanardi e via dicendo.

Tuttavia vorrei ricordare alla comica nostrana che il Rambo del gay-pride ha devastato la critica con “The Wrestler” e ammaliato intere generazioni con “Nove settimane e mezzo”, mentre gli spettacolari sceneggiatori del nostro bel paese si crogiolavano nella stesura di “Ravanello pallido”.

Diamo a Cesare quel che è di Cesare e magari, se proprio vogliamo denigrare i bulli, evitiamo di fare bullismo in una televisione nazionale per la quale sono fottutamente costretto a pagare il canone.

A te la linea studio, dopo la Littizzetto contro i bulli ecco a voi Vasco Rossi che parlerà di salutismo.

Pace e odio a tutti.

 

Ferdinando de Martino

Lo specchio convesso | un racconto di Emil Brune

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Nel piazzale davanti al reparto di ostetricia non c’era anima viva. Regnava una calma inusuale. Quasi come se la città – o forse il mondo intero – si fossero fermati per ascoltare in silenzio il prodigio che stava per avvenire nel palazzone alle sue spalle. Karla, la sua unica figlia stava per spingere nel mondo il suo primo nipotino. Erano mesi che si preparava a quel giorno. Lo scorrere del tempo lo aveva rassicurato e agitato allo stesso tempo. Si era pian piano convinto che sarebbe riuscito ad affrontare quel momento con una maggior calma ma, quando tentò di accendere per la terza volta la sigaretta che gli penzolava tra le labbra, si rese conto di come i suoi buoni propositi fossero andati allegramente a farsi benedire.
“Nessuno ti prepara alla vita”, pensò. Ti ci ritrovi dentro, tuo malgrado, e provi a fare del tuo meglio. O il tuo peggio. Dipende dalle inclinazioni.
Le orme delle sue scarpe sulla neve rendevano il tratto di asfalto – che aveva designato di sua competenza -simile al manto di un dalmata. Continuò a girovagare come un detenuto durante l’ora d’aria finché non scese sua moglie a chiamarlo. Era nato. Piotrek aveva aperto gli occhi per la prima volta.

Quando lo prese tra le braccia, con quel visetto tutto deformato e rugoso per la lotta del parto, sentì il cuore esplodergli per la gioia. Anche se l’espressione non descrive con esattezza ciò che gli stava crescendo nel petto. Era un’euforia che non accennava ad abbandonarlo. Voleva ballare, cantare, fare le boccacce agli inservienti nei corridoi dell’ospedale. E lo fece. Con quell’esserino tra le braccia, incominciò a danzare cantando, ad ampi passi in giro per la nursery. Pianse e ringraziò un onnipotente in cui non credeva per quella creatura che stringeva tra le braccia.
Era una sensazione più grande di lui. Se quello non era il verbo di Dio, tramutato in un minuscolo fagottino rosa, allora Dio non aveva mai proferito parola. E mai lo avrebbe fatto.

Le settimane successive furono estenuanti, ma piene di allegria per tutti. Non c’era un solo membro della famiglia che non fosse stato travolto dalla potenza dell’avvenimento. Era come se un gigantesco e invisibile controllore avesse revocato loro la possibilità di avere una giornata storta o di provare anche il più minuscolo momento di infelicità.
Ebbe la sua generosa porzione di notti insonni, di pannolini da cambiare e rigurgiti sulle camicie da lavoro ma, in fondo, era come se non avesse mai desiderato altro.
Dopo due mesi imparò per l’ennesima volta l’importanza del rito. Ogni volta che andava a casa della figlia a trovare il nipote, appena un attimo prima di varcare la soglia, emetteva due fischi. Uno corto e uno più lungo, ravvicinato al precedente. E, appena entrato nell’appartamento, sapeva di aver già guadagnato il sorriso più dolce del creato. Senza colpo ferire.
Quando arrivava il momento del riposino ordinato dalla rigida tabella di marcia stabilita dalla madre, lo prendeva con sé e lo portava sul terrazzo. Appoggiava la piccola schiena contro il suo petto e gli mostrava le luci della città – mai doma – canticchiandogli Your song.
La sua mamma gli aveva trasmesso la passione per Elton John, che volete farci.
In quei momenti, il bambino cercava nell’aria il lobo del suo orecchio e glielo afferrava. Poi lo guardava. E il tempo sembrava fermarsi di fronte a quei due abissi color nocciola.
Subito dopo iniziavano le rugne di supplica per il lettino. Allora lo adagiava dolcemente fra le coperte dove, tra un gemito e l’altro, finiva per addormentarsi.
Il nonno materno ne approfittava per riposarsi in cucina di fronte a un caffè e allo sguardo della figlia che, solo allora, stava imparando a riconoscere come quello di una giovane madre.
Una lenta e straordinaria mutazione.

Il rumore e l’aroma del caffè che gorgogliavano fuori dalla caffettiera si diffondevano nella casa penetrando  nel sonno del bambino. Ne avvertiva il profumo nei suoi sogni di forme e colori indistinti. Una sensazione rassicurante che lo cullava, spingendolo a sorridere tra giraffe e orsi di peluches.

Passarono sei mesi, e l’entusiasmo che aveva regnato in precedenza era meno definito. Viveva più di fiammate che di un’estasi continua. Ovviamente questo non valeva per i genitori. Così come non valeva per il nonno, che continuava eroico nei suoi sforzi, tra le anonime ore di lavoro e l’amore che gli rubava quella piccola creatura.
Decise che voleva fare qualcosa di speciale. Qualcosa che sarebbe durato per sempre. Che non si sarebbe consumato con lo scorrere del tempo. Voleva una sensazione pura, nitida, che rimanesse incastrata per sempre nella coscienza del bimbo. Aggrappata all’uomo che sarebbe diventato. Come l’odore della minestra di verdure della nonna. O il latrato del cane alla vista dell’ombra dell’ennesima bicicletta vagante.
Una notte, dopo un pomeriggio da cancellare dal calendario con la dicitura ‘il peggior mal di denti del mondo’, Piotrek era finalmente a letto.
Dormiva spesso su un fianco. Per questo gli risultò particolarmente semplice posizionare uno specchio convesso sul bordo della culla, in modo che si potessero vedere vicendevolmente senza alcuna difficoltà. Infilò la testa dentro il box facendo sì che la superficie argentea avesse in un’estremità il suo volto, e dall’altra quella del suo piccolo gioiello. Lo stereo diffondeva una vecchia e malinconica melodia.
Le petite fille de la mer.
Avvenne esattamente quello che aveva sperato. Vide quegli occhietti – gonfi di sonno – spalancarsi di meraviglia. Attraverso lo specchio, i loro sguardi si scontrarono per un secondo che durò quanto la vita dell’universo. Il bambino sorrise. Lo stesso fece lui. La canzone era finita e Piotrek dormiva.
Fuori dalla porta trovò sua figlia che lo aspettava in vestaglia accompagnata da una tazza di caffè.
Lo sorprese con lo specchio ancora in mano.
Con un sorriso leggero e assonnato gli chiese: – Che stai facendo papà? –
– Creo un ricordo. Forse una sensazione – le rispose semplicemente sorridendole di rimando.
Ripeté il rito un gran numero di volte, fino al giorno in cui il bambino non fu troppo grande per dormire protetto da sbarre. Non ne parlò mai con nessuno: era geloso di quell’intimità.
Quei sorrisi nello specchio e quella musica erano solo loro. Di nessun’altro.

Mentre passeggiava nervosamente davanti al casermone color confetto cercò di accendere per tre volte una sigaretta che era ormai consumata. Aveva sempre una gran voglia di andare a trovarlo ma, puntualmente, quando parcheggiava il motorino davanti all’edificio provava solo nausea e l’impeto irrefrenabile di scappare lontano da quel posto.
“Ospizio”.
Che brutta parola.
– Si chiamano case di cura, Piotrek. Smettila di chiamarlo ‘Ospizio’. Gli ospizi hanno le blatte sotto i letti e disgustose cene liofilizzate. Non ho messo tuo nonno in una stamberga per moribondi rincoglioniti. Sta in una casa di riposo, seguito e curato come meglio non potrebbe – gli diceva la madre.
– Come vuoi ma’. Ospizio, casa di cura, chiamala come vuoi. La sostanza non cambia – le rispondeva con la vena polemica che solo un ragazzino di 17 anni può covare nella testa.
Entrò nel complesso residenziale. Ogni volta che attraversava quei corridoi perlacei – conditi da sguardi vitrei, fredde cataratte azzurrine e capelli furibondi – si sentiva smarrito. Nelle sue orecchie risuonava il rumore delle pantofole della vecchina della 209 che sfregavano sul pavimento.
Sembrava che volesse tirare a lucido la lingua verdastra che divideva le stanze degli ospiti (nella sua testa, in realtà, camminava ancora in casa sua, col marito morto e i due figli traditori).
Flebili cantilene arrivavano dalla zona ristoro, vacue e acute risatine riecheggiavano nel corridoio, mentre il ragazzo passava in rassegna le flebo e le lettighe prima di arrivare alla camera del nonno.
Era una sensazione estenuante. Come se ogni parte del corpo – persino i suoi pensieri – si gonfiasse di sabbia. E il peso di ogni granello lo trascinava sempre più a fondo mentre ribadiva a sé stesso – per la centesima volta – che quella non era altro che l’anticamera della morte.
Ogni volta che andava a trovarlo stava vicino al letto elettrico tenendogli la mano, accarezzandola con lentezza, percorrendo amorevolmente ogni scanalatura di quella pelle secca e fragile come carta velina.
Gli parlava di tutto. Della scuola, le prime scopate, delle serate passate con gli amici a suonare, ridere e bere. Gli raccontava dei capelli color rame di Alice. O del profumo della sua pelle. La nota sul registro perché aveva inneggiato all’anarchia davanti al professore. Le gite domenicali. Della sua giovanile voglia di rivalsa sul mondo. Il profumo dell’erba che aveva incontrato nei campeggi estivi. Gli raccontava, quasi come se non facesse parte di quel ricordo, di quando avevano marinato un giorno di scuola assieme solo un paio d’anni prima.  Dopo aver pranzato in un ristorante erano semplicemente evasi dal tavolo. Il tutto ridendo come ossessi mentre scappavano dal cameriere.
Una volta gli aveva persino confidato di essersi innamorato. Non lo aveva detto nessuno. Neanche a lei.
Non gli importava che il nonno non proferisse parola, o che il suo sguardo raramente si spostasse dalla sua innaturale fissità.
Quel giorno, invece, entrò in camera animato da uno spirito rivoluzionario. Quasi garibaldino. La sensazione di pesantezza dovuta alla consueta marcia nel corridoio della morte era già evaporata.
Si tolse la giacca, riscaldò col fiato le mani gelide e, con la cura che si offre solo a un neonato, girò il vecchio sul fianco. Poi gli mise un auricolare nell’orecchio.
Qualche ora prima aveva comprato uno ‘specchio convesso’. Così lo aveva chiamato il negoziante.
Lo tenne in mano mentre si ranicchiava nel letto all’altezza delle nodose ginocchia del nonno.
Lo posizionò nel punto giusto. Poi fece suonare ‘la piccola ragazza del mare’.
Con lo sguardo nello specchio, rivolto in alto, verso quel volto stanco e grigio, si sentì pienamente al sicuro dopo tanto tempo.
Era semplicemente…un attimo che durava quanto la vita dell’universo. Conteneva la stessa potenza. La stessa importanza.
Si perse nella musica e nelle immagini riflesse.
Per un attimo ebbe la fugace sensazione di sentire il suo sguardo ricambiato.
Di vedere un sottile incresparsi di labbra. Il sorriso di una frazione di secondo, perso nei ricordi di un bambino ormai uomo.

 

Emil Brune

BRUXISMO | Un racconto di Emil Brune

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La tapparella si alza di scatto con un fracasso da circo e la luce di una qualsiasi mattina inoltrata mi violenta le cornee. Strizzo tra le dita il piumone sbuffando incazzato.

– Alzati, coglione – sbraita Roberta uscendo dalla stanza

Senza preoccuparmi troppo di togliere la faccia dal cuscino le bofonchio di andare a farsi fottere. Speriamo che il suono si sia propagato comunque e l’abbia raggiunta.
“Se solo avessi la telepatia”.
Sciacqua faccia. Radi. Lava l’involucro. Dirigiti – velocità da crociera – verso la cucina per pasto frugale.
Pilota automatico: gran sballo.
Invado la zona fornelli e bacio mia madre

– Ave Mater
– Ave figlio. Frittata? – risponde alzando gli occhi cielo. Non lo ammetterà mai, ma la diverto un mondo. Sappiamo entrambi che è così.
– Mancata prole di pollame, perché no. Mettiamoci anche delle fette di suino, crepi l’avarizia. Un bell’eccidio multirazziale per cominciare l’uggioso giorno – declamo sorridendo.

Mentre si volta verso il frigo per prendere il necessario, abbasso i pantaloni del pigiama, guardo Roberta seduta al tavolo col naso tra i cereali, le mostro la schiena e sussurro un – baaaciamelo – porgendole le natiche nude. Mi guarda con aria divertita sventagliandomi in faccia il medio.
Dolce routine quotidiana. Anche se non sono rotto, mi accomodo a tavola e aspetto il lieto convivio. Con lo sguardo perso nel vuoto, ancora preda del torpore del sonno, avverto una vibrazione sottile che anima il pavimento. Percepisco un rumore in avvicinamento, senza riuscire ad identificarlo. A questo punto mia madre ha smesso di cucinare. Se ne sta lì, impietrita, col mestolo in mano, a guardare noi due.
Nessuno parla. Le uova carbonizzano nerastre.
Dalla porta a vetri della cucina ho una comoda visuale sulla strada. Vedo un’onda dirigersi verso di noi dall’orizzonte. La sento arrivare. Il rombo aumenta. Si espande in ogni direzione mentre segue il suo cammino verso casa nostra, inghiottendo ogni cosa. Bidoni dell’immondizia, pali, cassette delle lettere e passanti spariscono sotto la sua mole. Divora tutto e tutti.
La vedono anche Roberta e mamma. Urlano. Si urla sempre di fronte all’incomprensibile. Davanti all’orrore sfocato non si rinuncia mai a svuotare i polmoni.
Io no.
Resto lì, impalato. Non ho neppure il battito accelerato. Però…cazzo che male in bocca. Sento lo smalto liscio che sfrega.

Cani. Sono…cani. A centinaia, forse migliaia. Di qualsiasi foggia, razza e dimensione. Mastini con bocche ringhianti, Volpini caracollanti che finiscono per essere schiacciati dalla corsa dei Dobermann. Chiwawa rigurgitanti saliva cavalcano Pastori Maremmani come ussari alla carica. È un incendio di peli che nessun canadair potrà mai spegnere. La piena di un fiume pulcioso che, alla fine, si schianta contro la nostra vetrata.
Mia mamma grida di scappare. Di uscire di là. Roberta trema inerme. Io osservo interessato. Placido.
Ma la mandibola inferiore cozza e sfrega con quella di sopra.
“Fanculo che fastidio”.
Ho giusto il tempo di sentire lo schianto di cristalli in frantumi e vedere il volto di mia madre sparire tra le fauci di un Dogue De Bordeaux per poi ritrovarmi in strada.
Non ho idea di come ci sia arrivato. La torma di cani è un ricordo remoto, sfocato, come un sogno raccontatomi da un estraneo un’eternità fa. Mentre eravamo marci d’alcool, per giunta.
Strana sensazione.
Non dovrei essere nervoso, ma le ossa da grugno digrignano e cozzano fra loro. Le sento sbriciolarsi fino a raggiungere la polpa. Me ne rendo conto ma non posso fermarlo. Non sono io a tirare le redini.

Non avrò il controllo della bocca ma, a quanto pare, mi è ancora permesso avanzare. Quindi lo faccio. 
M’inoltro verso ovest sul vialetto ordinato. Dopo pochi passi incontro il vicino, il signor chisseloricorda, che innaffia il prato dietro il suo steccato color ‘celeste sogno di fata’.
Che nome stronzo.
– Ma buongiorno, mio giovane amico! – mi trombetta giulivo sotto i baffoni bianchi.
– ‘Giorno – rispondo vago mentre cerco di tirar dritto.
– Ma dove corre così veloce, caro ragazzo? Sì fermi per una tazza di tè…o per una limonata, se preferisce – mentre il suo pancione si svuota d’aria scorreggiando parole, ho l’impressione che qualcosa nella sua voce stia mutando innaturalmente.
– No, grazie, sono di fretta – butto lì allungando il passo.
– Ma lei ha appena avuto una forte scrollata canina presso il suo domicilio! Un’imponente precipitazione canide di livello otto –
Cazzo. Cazzo, merda, cazzo. Merda, cazzo e poi merda. La sua voce…è quella di una bambina. Come se parlasse in falsetto. Un maledetto eunuco da opera.
Per la seconda volta, il mio corpo reagisce alla paura in maniera scoordinata: niente palpitazioni o sudori.
Ma, in compenso, ricevo in premio una scarica di agonia sui quattro incisivi.
“Quasi mi mancava”, penso ironico mentre metto la mano sulla bocca, instupidito dal dolore.

– E poi… non vede che ha i denti a pezzi? Suvvia, sia ragionevole, e si accomodi nel mio domicilio. Da bravo, vedremo di contattare subito un dentista e, mentre aspettiamo, potrebbe bere una limonata ghiacciata seduto sulle mie ginocchia! Che ne dice? – miagola sornione con quella vocetta da bimbetta.

Subito dopo, giuro su dio, quel tricheco bastardo mi fa l’occhietto. Apro la bocca per dirgli che la limonata può infilarsela dove l’aria passa di rado ma, come spalanco le fauci, schegge perlacee e sangue vermiglio saettano ovunque.
Schizzi imporporati toccano il suolo mischiandosi alla polvere. Frammenti d’ebano decorano i ciuffi dell’erba ammaestrata dal flebile vento autunnale.
Urlo. Finalmente urlo.

Alzo il busto dal materasso che sto ancora gridando.
Madre e sorella frullano per la stanza come robottini impazziti chiedendomi se sto bene.
– Tutto okay. Solo uno strano incubo. Non ricordo granché – borbotto.
E vai col pilota automatico. Lava l’involucro. Sbarba le guance. Spazzola la dentatura indolenzita.
Poi, finalmente, l’itinerario prestabilito fino alle uova nel piatto.
Incomincio a carburare e riprendo energia. Lo strascico nerastro di quella follia notturna abbandona il mio cervello, così come il formicolio in bocca.
Mi scrollo di dosso i vaghi incubi della notte precedente, ricordando solo l’agonia dei denti spezzati.

Routine, dolce routine. Il percorso nel mondo degli automi, le lezioni e i caffè, le sigarette in compagnia di discorsi da sagra di quartiere e il chiacchiericcio di sottofondo. Il bla bla bla che arricchisce noi tutti, sfarzosi poveri di idiozia e noia.

Sono in uno stanzone piastrellato in bianco. La luce al neon sopra il tavolone di metallo si riflette sulle mattonelle delle pareti dando vita a un’atmosfera da fantascienza. Addosso ai muri si appoggiano mensole metalliche abitate da strumenti operatori. Storti arnesi da tortura si affacciano dagli scaffali. Becchi arcuati, pinze seghettate, vaschette metalliche e punteruoli mi osservano algidi.
Mia madre è appena uscita, lasciandomi solo con quel corpo livido: sul tavolaccio autoptico riposa quella che fino a dodici ore prima era mia nonna.
Mi avvicino a lei e sfioro appena quelle dita che non potranno più accarezzarmi. Guardandola, comincio a elencare mentalmente tutto ciò che mi è stato strappato via con la sua morte. Se ne vanno i ricordi, alcuni condivisi, altri, per me troppo lontani da raggiungere. Persi nella memoria del bambino che sono stato.
Se ne vanno assieme a questo corpo grigio e stanco.
Spariscono i racconti del passato e libri letti assieme. Non ci saranno più Sir Conan Doyle, Edmond Dàntes o Martin Eden. Le loro storie non prenderanno più forma attraverso la sua voce.
Ne resterà il ricordo, forse.
La realtà intorno a me è vacua e torbida. Confusa. Dentro quel corpo non c’è più nulla. Solo organi inerti, liquidi e gas che presto evaderanno dalle cavità senza alcuna cura o gentilezza: il dispetto finale.
Le accarezzo i capelli e – abituato come sono a vederglieli cadere sulle spalle in eleganti boccoli rossicci – mi fa strano sentirli passare fra le dita. Sono stopposi, sfilacciati e lisci.
Compiere quel gesto inusuale mi frantuma.
“Quale nipote accarezza i capelli della propria nonna?”
Non ha senso. Tutto questo è semplicemente…sbagliato.
“Non voglio che te ne vada”.
Il canino destro mi fulmina con un picco di agonia lancinante.
Per una frazione di secondo socchiudo gli occhi, in attesa che il dolore passi e, quando li riapro, la sua testa è piegata su un lato, verso di me. Mi osserva, silenziosa. La morsa d’acciaio dell’ansia stritola i miei polmoni. “Dev’essere un sogno. Deve esserlo”.
Poi, sorride. Stordito, le sorrido di rimando.

– Ma…che…ma che diavolo succede?
– Shh, da bravo. Fatti dare un’occhiata prima di andare.
– Ti voglio bene, nonna – sussurro con un alito di voce al cui interno c’è tutto me stesso.

Quegli occhi nocciola, che sono anche i miei, mi regalano un ultimo saluto. Nelle loro profondità c’è l’amore abissale, che non teme né le ingiurie del tempo né l’eternità della morte. Desidererei che potesse restare qui, per sempre, ma mentre rimette la testa in posizione e chiude gli occhi, so che non le è permesso. Deve rispondere – come tutti – al comando più grande. Così la lascio andare.
La luce del neon traballa mentre piango. Mi inginocchio continuando a stringere la sua mano gelida.
“Non andare. Non ora. Resta con me”.
Il neon smette di sfarfallare. Tra le lacrime che mi offuscano la vista, osservo il mio canino insanguinato sul pavimento.

Lanciando via le coperte sudate, sento ancora addosso il peso una tristezza ignobile. Di quella malinconia bastarda che si intorbidisce nel cuore. I miei denti sono in fiamme, poi, ricomincia lo show: via la barba, lava il sottobraccio, sciacqua il volto. Trascinati – come lo zombi che sei – verso tristi fiocchi d’avena.
Mentre mangio, guardo il muro, apparentemente disconnesso.

– Stanotte ho sognato nonna – annuncio cupo.
– Capita a tutti, credo – risponde Roberta senza alzare lo sguardo.

Stramaledetta routine. Perdi la cognizione del tempo e dello spazio. Stessi luoghi, stessi volti. Inabissati negli schermi sociali, perdi quotidianamente la dignità esibendoti come un pavone daltonico. Rinuncia a serenità e al desiderio di contatto. E allora vai, cammina tronfio, ostentando apparenza. Incazzati come un demonio quando la cassetta degli attrezzi non si chiude più. Cacciaviti, tenaglie e brugole non ritornano docilmente al loro posto, quasi fossero i pezzi sconnessi della tua vita.
Apro internet e navigo tra sogni di denti. Nulla di buono: lutto, mancanza, morte di persone care e via dicendo. “Ottimo. Non potevo desiderare di meglio”.
Denti. Denti. Denti.
Continuo coi miei sogni di dentina in frantumi e polpa esposta e sanguinante. Sento l’aria gelida scorrermi tra i tronconi dei cadaveri bianchi che ho in bocca. Notte dopo notte.

Sono in uno spazio buio. Passo la mano davanti agli occhi ma non riesco a vederla. Provo ad alzarmi, ma non ci riesco. C’è un muro a trenta centimetri dal mio corpo. Sono disteso fra due pareti d’acciaio.
Poi, cristo, una forza mostruosa mi scaraventa all’incazzata a destra e poi a sinistra, manco fossi in una centrifuga. Sento nuca e schiena sfregare sul pavimento mentre brandelli di carne prendono commiato dal mio corpo. Va avanti così per un tempo senza limite.
Dopo di che, pesanti – e colorate – forme geometriche cominciano a lampeggiare nell’oscurità. Mi vengono bruscamente incontro, per poi fermarsi immediatamente davanti agli occhi.
“Mi schiacceranno. Cazzo, mi spappoleranno al suolo. Mi disintegreranno”.
La bocca mi viene spalancata a forza. Qualcosa di cilindrico e zigrinato mi scava fra le labbra: ho decisamente un tubo tra i denti. Vengo sballottato così, senza sosta, a destra e sinistra. Il dolore è insensato. Sento i denti disintegrarsi per lo sfregamento abrasivo. Proprio quando penso di stare per morire dall’agonia, la forza si placa, lasciandomi sospeso in quell’incubo nero.
Respiro all’impazzata per lo shock. Nuove corone spuntano espellendo i monconi insanguinati. Poi ricomincia. Lancette invisibili scorrono incalcolabilmente durante la tortura. Svengo. Non sento più nulla.
Quando riprendo i sensi sono ancora avvolto dal buio. Vorrei urlare, ma non posso: i denti sono ormai troppo lunghi per permettere alla mascella di articolare qualsiasi movimento.

Mi sveglio e sono sereno. Tutto è passato non appena ho aperto gli occhi. Niente dolore sulle arcate, né ansia o preoccupazione alcuna.
Io sono lexotan.
Mi alzo a fatica, ma riesco comunque a mettermi seduto, nonostante le braccia mi strozzino il torace.
Non ci sono più quadretti con volti sorridenti alle pareti. Niente computer, bandiere, foto, boccali da birra o sorelle che mi svegliano scherzando. La luce dell’alba che filtra attraverso la grata della finestra illumina un paio di pantofole bianche e spente pareti grigiastre.
Nel mio abbraccio forzato, con le mani appena sotto le scapole, mi osservo allo specchio.
Le cinghie tintinnano.
Guardo le mie labbra distrutte, poi…spalanco. Scruto nelle ritmiche cavità, e mi dò il buongiorno col mio migliore – e roseo – sorriso.
Finalmente sono libero.

 

Emil Brune

Bob Dylan e gli hooligans della letteratura | Nobel o non Nobel | di Ferdinando de Martino

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Ho aspettato un po’ prima di discutere del Nobel per la letteratura assegnato a Bob Dylan, non perchè non avessi un’opinione a riguardo, bensì perchè volevo rassettare ben bene le idee prima di esporre il mio giudizio su di una faccenda che ha scomodato le più argute menti del nostro secolo.

L’entourage del Nobel ha unto Dylan con il suo premio più ambito e il putiferio del mondo letterario ha scatenato una serie di polemiche senza precedenti. Solitamente si discute di sport o di politica e mai di letteratura, quindi voglio svelare un segreto a chi non frequenta da vicino gli scrittori: solitamente chi scrive è una merda.

Credetemi, non è retorica.  Scrivere implica molta solitudine e la solitudine genera quasi sempre un forte senso d’inadeguatezza nell’uomo; da questo senso nasce l’irritabilità e la suscettibilità dello scrittore, seconda solo a quella delle modelle di Vogue. L’unica differenza è che per fare incazzare una modella basta dire -Sei grassa.-, mentre per far incazzare uno scrittore basta essere uno scrittore.

Tra chi si diletta nella scrittura non esiste invidia o gelosia, quanto più una forma d’odio simile a quella manifestata dai nobili settecenteschi, tutti imbellettati e profumati. Sono passati i tempi in cui Burroughs uccideva sua moglie con una pistola, cercando di colpire la mela sulla sua testa e, credetemi, per quanto possa sembrare strano, rimpiango quei tempi.

C’è stato un periodo in cui gli scrittori avevano ancora le palle.

Ma veniamo a Dylan. Cercherò di non essere troppo di parte, nonostante la mia passione per il cantautore americano.

Il Nobel a Dylan è stata una lezione non agli scrittori o all’editoria, bensì a tutti i “cicisbei ” del mondo accademico.

Partiamo dalla discussione lanciata da Baricco. Dare il Nobel per la letteratura ad un cantante è come far vincere il Festivalbar ad un meccanico… no, non è proprio così.

Sfido chiunque a leggere un testo di Dylan dopo aver letto una qualsiasi opera di Ginsberg, senza trovare forti analogie stilistiche.

Nessuno dovrebbe scandalizzarsi per un Nobel ad un poeta e un poeta è esattamente l’aggettivo più azzeccato per descrivere Dylan. Non è una questione di ruolo, ma capirete da soli che in un universo in cui Marco Mengoni è un cantante, non possiamo di certo definire cantante anche Fabrizio De Andrè, perchè dopotutto qualche piccolo valore aggiunto bisogna pur smarcarlo davanti al talento, no?

Ora, passiamo ad altro. Gli scrittori che avrebbero potuto vincere il premio, scrivono per case editrici che pubblicano prevalentemente merda. Per merda s’intende il libro dello youtuber scoreggione, il libro della youtuber truccatrice, il libro dello youtuber che limona al parco e via dicendo.

Dare un premio nobel ad uno scrittore genera un effetto domino che termina sempre in una gara a chi piscia più lontano con gli altri editori.

Purtroppo le case editrici si sono sputtanate a tal punto che i loro scrittori (bravissimi senza dubbio) non possono e non potranno mai ricevere un premio, perchè la loro scuderia di colleghi sarà sempre piena di ragazzini scoreggioni.

La regola è la seguente: no scoregge, no Nobel.

In ultimo, analizziamo la lezione di Bob Dylan, rinomato stronzo di prima categoria.

Baricco inveisce contro di te, il comitato vuole darti il Nobel, ogni  testata venderebbe un rene per intervistati e tu che fai? Semplice. Ti accendi una bella canna e te ne fotti.

Dylan se ne fotte, esattamente come se n’è sempre fottuto.

A livello artistico ha fatto più Bob Dylan per la letteratura negli ultimi trent’anni che la maggior parte degli scrittori contemporanei, ma l’ha fatto sempre fottendosene alla grande.

Tutti lo odiano e nessuno può realmente capire il suo genio e la sua tremenda e disarmante contemporaneità.

Dylan è talmente superiore al Nobel e alle diatribe tra scrittori che non ha nemmeno detto la sua a riguardo, non ha ritirato il premio e sicuramente se la starà ridendo assieme ai suoi amici, strimpellando con la sua armonica.

La grande lezione che ha dato agli accademici è il silenzio, sinonimo del nulla. Lo stesso nulla che rappresenta l’editoria quando si parla di letteratura.

Ferdinando de Martino

L’INCONTRO INASPETTATO | di John Wicker | un racconto da incubo

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Elisa si trovava sul vecchio pontile dell’abitazione di montagna, appartenuta a sua nonna.
Quella casa aveva visto nascere suo padre. Probabilmente un piccolo Alberto Verni si era messo a correre proprio su quel pontile in costume da bagno, sorridente e spensierato.
Quando provava ad immaginare suo padre da bambino le veniva una fitta allo stomaco.
Era felice del fatto che quell’uomo avesse vissuto dei periodi felici prima dell’arrivo di Wall Street e di tutte quelle stronzate che gli avevano riempito la testa fino a fargli esplodere un aneurisma cerebrale.
C’era stato un tempo in cui suo padre era stato felice, ma lei non l’aveva vissuto.
Adesso si trovava in quella casa da cui lui era fuggito a sedici anni per andare a studiare a Torino, prima che una delle città più importanti del paese divenisse troppo provinciale per lui.
Un giorno, mentre ascoltava le notizie del telegiornale, lo vide alzarsi e dirigersi verso la finestra gigantesca del loro appartamento. Aveva in mente ogni dettaglio di quella giornata, quasi come se la stesse vivendo in quel preciso momento.
Suo padre si smarrì per un attimo, cosa più unica che rara per un uomo che non lasciava mai trasparire il mondo del di dentro, e disse ad alta voce -New York si sta trasformando in un paesino del cazzo.
Quello era suo padre. In quella frase c’era ogni aspetto ed ogni sfumatura dell’uomo che l’aveva cresciuta a pane e pragmatismo.
Una constatazione semplice è lineare: la grande mela sta diventando un paese.
Sua madre viveva a Roma e probabilmente l’avrebbe raggiunta dopo aver passato un po’ di tempo nella baita appena ereditata.
Non aveva idea di cosa fare con quel luogo. Poteva venderlo, affittarlo o addirittura andarci a vivere.
Si era laureata da poco e l’idea di starsene per un po’ di tempo in mezzo al verde la elettrizzava.
Molti penseranno che il termine “elettrizzante” poco si addica ad una circostanza come quella, ma dopo aver vissuto tra Roma e New York, la pace era un concetto da elettroshock per Elisa.
Si era laureata in legge ma non aveva nessuna voglia di proseguire quella strada e un qualsiasi lavoro l’avrebbe soddisfatta. Tra l’eredità paterna, il fondo fiduciario e tutto il resto, i soldi non erano di certo un suo problema.
Se si fosse trasferita lì, avrebbe dovuto prendere un cane. Non era abituata alla solitudine dei monti.
Il lago era molto romantico e lei era sola. Il momento era delicato e nessuno lo stava condividendo con lei. Era forte… l’avrebbe superata.
Accanto a sé aveva un libro che non aveva ancora iniziato. Leggere era uno degli obiettivi che si era prefissata.
Per via del suo percorso scolastico esemplare, si era gettata a capofitto in tomi e tomi di giurisdizione, tralasciando la narrativa che da ragazzina adorava tanto.
Adesso era arrivato il momento di staccarsi dalle serie televisive viste sul piccolo monitor del suo computer per dedicarsi agli autori che aveva trascurato per così tanto tempo.
Pensò quasi d’accendersi una sigaretta, nonostante il pensiero di smettere fosse molto forte nella sua psiche, minata dall’ipocondria generata dalla malattia del padre.
-Ciao.
Era convinta di essere sola.
-Dio… mi hai fatto venire un colpo.
-Io sono Marco. Abito dall’altra parte del lago.
-Io sono Elisa e… ho ereditato la casa qui sopra.
-Mi dispiace.
-Perchè… è una bella casa, dopotutto?
-Intendevo per la perdita.
-L’avevo capito; stavo solamente cercando di sdrammatizzare.- sorrise.
-Posso sedermi sul pontile?
-Certo.
-È bello che ci sia qualcuno qui. È una casa così triste e silenziosa. Il silenzio può essere molto pesante qualche volta.
-Non ti piace il silenzio?
-No… credo che non piaccia a nessuno. Forse qualcuno potrà anche mentire a riguardo, ma a nessuno piace. Ricorda troppo il nulla.
-Adesso so due cose di te: ti chiami Marco e odi il silenzio.
-È vero. Abito anche dall’altro lato del fiume, due case più in là.
-Io ho appena finito l’università. Tu cosa fai?
-Lavoro come aiuto meccanico giù all’autorimessa.
-Da Carlo?
-Esattamente.
-Non ci posso credere.
-Non avrei motivo di mentire a riguardo…
-Non intendevo in quel senso.
-L’avevo capita… questa volta.
-Anche mio padre lavorava in quell’autorimessa da ragazzino. Ha sempre descritto quel periodo della sua vita come uno dei più belli.
-Forte. Come si chiamava tuo padre? Se non sono indiscreto.
-Alberto.
-Anche noi abbiamo un Alberto. Comunque se vuoi posso chiedere se qualcuno si ricorda di lui.
-Ma sarà passata una vita. Comunque, avevo proprio bisogno di parlare con qualcuno in carne ed ossa. – sorrise Elisa.
-Mi fa piacere. Sai… mentirei se dicessi che qui passano tante ragazze bellissime con cui parlare.
-Hey, vacci piano… potrei essere tua zia.
-Zia… addirittura? Guarda che ho ventidue anni.- disse il ragazzo, accarezzandosi le guance come se sentisse una ricrescita improvvisa di barba.
-Ventidue?- rispose Elisa, maliziosa.
-Ok, bene… ho diciassette anni, ma a breve ne farò diciotto.
-Magari ci vediamo tra una decina d’anni…
-Quanti anni hai?
-Ne ho venticinque.
Marco sorrise, rimanendo muto.
-Ah… ti sei giocato la tua ultima possibilità, ragazzino… avresti potuto dire che ne dimostravo molti di meno.
-Non c’è n’è bisogno… sono sicuro che tu sappia di essere bella.
-Ok. Abbiamo appurato che ci sai fare con le ragazze. Potrei anche innamorarmi se continui così.
Stava scherzando, anche se il ragazzino che sedeva dall’altro lato del pontile era carino per l’età che aveva.
-Senti, ti chiedo scusa, ma devo rientrare perchè qui non c’è campo e devo proprio fare un giro di telefonate.- disse, guardando il suo iPhone.
-Cos’è quello?- chiese il ragazzo.
-È il mio telefono… ma non te lo do il numero… non ancora per il momento. Comunque se volessi cercarmi online, mi chiamo Elisa Verni.
-Non lo dimenticherò ho un amico che si chiama Verni ed Elisa è già diventato il mio nome preferito.
Le aveva fatto piacere chiacchierare con qualcuno, pensò, risalendo la collina.
Almeno qualcuno sotto i settant’anni era rimasto in paese e magari avrebbe incontrato anche gente della sua età, per bere una birra e fare due chiacchiere. Non sentiva la necessità d’instaurare rapporti interpersonali, ma non ne disdegnava comunque l’ipotesi.
Si voltò verso il lago non appena arrivò in veranda, ma Marco era sparito. Avrebbe voluto chiamarlo per invitarlo a bere una limonata o qualcosa di analogo. Volatilizzato.
Era giovane e i giovani sparivano sempre.
Dopo aver sbrigato le telefonate, Elisa decise di entrare in casa.
Le sarebbe decisamente piaciuto crescere in una casa col camino, pensò, trovandosi davanti a quello dell’abitazione che aveva dato i natali alla sua famiglia.
Il calore non faceva parte dell’universo di suo padre; era sempre stata sua madre quella eccessiva nelle manifestazioni d’affetto.
Accese il vecchio televisore a tubo catodico, collegato ad un decoder che doveva aver visto tempi migliori. Stavano dando la sesta puntata di un telefilm che lei aveva terminato di vedere quattro anni prima, approfittando dei siti che propinavano lo streaming gratuito dei network americani, dando il colpo di grazia alle produzioni di qualità.
C’era un qualcosa di estremamente tranquillo nel guardare dei personaggi che avevano, perlomeno nella sua testa, un percorso già definito. Si appisolò così davanti a quella trasmissione.
Quando venne svegliata dalla frastornante musica di una pubblicità scritta con l’intento di promuovere un rivoluzionario sistema di filtraggio dell’acqua, si accorse di avere lo stomaco completamente vuoto.
Aveva comperato lo stretto necessario per passare la prima notte, consapevole che anche in quel luogo sperduto erano presenti dei supermercati.
Pop-corn glassati al cioccolato e gelato al caramello. La perfetta alimentazione di una ragazza americana post-disturbo alimentare.
Prima d’iniziare a portar il cibo alla bocca, tirò fuori il suo computer portatile, impegnandosi nella ricerca di un qualcosa di vagamente decente da poter guardare mangiando i suoi snack-cena.
Era costretta ad utilizzare il credito del suo cellulare per poter usufruire del segnale internet, il che rendeva abbastanza difficoltà la visione della serie che aveva scelto per la sua cena.
-Ma come cazzo si fa a non avere campo. Uno più va in alto e più dovrebbe essere vicino al segnale, no? E che cazzo!
Il televisore era ancora lì e magari con un po’ di fortuna avrebbe trovato qualche programma interessante.
Come cambiava il mondo. L’Italia era indietro anni luce. Lo stato di New York cominciava a mancarle. Dopo qualche minuto trovò un programma simil reality con cui intrattenersi, ingurgitando schifezze.
Il problema cena era stato risolto.
Cosa rimaneva di suo padre? Dei suoi nonni? Forse quello non era un buon periodo per starsene tutta sola in un luogo desolato, ma doveva in qualche modo prendersi del tempo per lei, prima che la vita le spezzasse le ali impedendone il volo.
Le paranoie notturne abbandonarono completamente il suoi pensieri non appena il sole entrò nella sala.
Si era addormentata sul divano, poco dopo aver spento la televisione.
La fame iniziò a farsi sentire nuovamente, ma questa volta sarebbe stata costretta a scendere in paese per comprare qualcosa da mettere sotto ai denti.
Una svelta lavata di faccia e via, verso la macchina che sua madre le aveva prestato per il viaggio.
Quella era un’altra nota positiva dell’essersi allontanata dalla grande mela… per un po’ non sarebbe stata costretta a truccarsi per trentacinque minuti ogni mattina prima d’uscire di casa. Lo standard di quel paesino era decisamente basso e finalmente poteva smetterla con tutta quella routine proto-consumistica dettata dalle pubblicità di moda che cercavano di venderti soluzioni colorate per vite funeree.
Finalmente poteva dedicarsi alla flanella e ai capelli legati.
Era davvero un bel posto. Tutto quel verde non faceva che risplendere al sole, come se tutte le brutture dell’universo potessero essere annientate dal canto di un uccellino.
Non l’avrebbe mai detto ad alta voce, perchè la sua reputazione da cinica doveva essere difesa in qualche modo, ma lo stava pensando realmente.
Il supermercato si trovava allo svincolo successivo, tuttavia Elisa decise di girare prima, dirigendosi verso l’autofficina.
Avrebbe salutato il suo amico adolescente, chiedendogli magari di passare da lei più tardi per fare due chiacchiere. La solitudine poteva essere difficoltosa da quelle parti.
Era incredibile; la maggior parte delle persone in quel posto sembrava uscita da una reunion del cast di “Hazzard”.
Scese dall’auto e, dopo aver parcheggiato, chiese ad un uomo di Marco.
-Marco, Marco… qui non lavora nessun Marco.- rispose, aspirando lentamente dalla sua sigaretta.
-Guardi, mi dispiace ma è semplicemente impossibile… io ho parlato ieri con lui e mi ha detto che lavora qui.- sorrise, trattandolo un po’ come se si trovasse davanti allo scemo del villaggio.
-Guardi, io sono il capo qui e questa è l’unica autofficina del paese, quindi… le posso assicurare che non troverà nessun Marco né qui, né altrove.
Era stato conciso, ma alquanto scortese. C’era un qualcosa che non le piaceva nella voce di quell’uomo.
-Aspetti… in effetti un Marco c’è, non lavora qui, ma ci consegna i bulloni. Se vuole posso darle il suo numero di telefono.
-Ero sicura di quello che dicevo, ma non volevo risultare maleducata.
-Si figuri… non mi è venuto in mente perchè il vecchio Marco non parla mai con nessuno e non l’avrei mai collegato ad una ragazza giovane come lei.
-Scusi, ma quanti anni ha questo Marco?
-Almeno settantadue.
-Allora è un Marco differente dal mio.
D’un tratto lo sguardo della ragazza venne rapita da un immagine attaccata al muro. Proprio a fianco al vecchio calendario di ragazze svestite notò una foto in cui compariva suo padre.
-Cristo santo, quello è… è mio padre.- disse, accorgendosi di sembrare pazza.
Si asciugò furtivamente una lacrima dal viso.
-Mi scusi, mio padre è mancato da poco e quello lì e lui… beh, lui da ragazzino.
-Che mi prenda un colpo, tu sei la figlia dell’Alberto? L’Albertino che è andato in America.
-Sì.
-Sapessi quanto m’è dispiaciuto per il tuo papà. Certo che ha lavorato qui da ragazzino. Lo conoscevo bene, abbiamo lavorato insieme… poi lui l’ha capita e s’è levato dalle balle. L’Albertino, ma pensa un po’. Che bella figlia che ha tirato su.
-Grazie.- rispose, mentre il suo sguardo veniva catturato da un altro particolare, notato all’interno di quella fotografia in bianco e nero, sbiadita dal tempo.
Si avvicinò con fare interrogativo.
-Se stai cercando me, lì non mi troverai… non c’ero quel giorno.- disse l’uomo, asciugandosi le mani sporche d’olio motore.
-Ma questo qui…
-Quello si chiamava Marco, come il tuo amico. Non ha fatto una bella fine. È morto poco prima della partenza di tuo padre. Se l’è portato via una macchina bastarda. pace all’anima sua… era un ragazzo così simpatico. Se gli davi da parlare, parlava anche con le pietre.
-Mi creda, questo è esattamente il ragazzo che ho conosciuto ieri. Aveva gli stessi identici vestiti.
-È impossibile tesoro, ti stai confondendo. Quel ragazzo lì è morto proprio di fronte a casa di tuo padre. La macchina se l’è portato via in prossimità del pontile. Abitava…
-Dall’altro lato del fiume… due case più in là.- concluse la ragazza, impedendo all’uomo di continuare.
-E tu come fai a saperlo?
Un brivido le percorse la schiena.

 

 

J. Wicker

Fatti mandare dalla mamma… | Gianni Morandi e il web | di Ferdinando de Martino

Che bello parlare di argomenti seri e importanti, come l’indignazione del web.

Avendo deciso di dare al blog una cadenza giornaliera, oltre ai racconti e alle divagazioni letterarie, ho deciso di parlare anche di alcune notizie che trovo interessanti e questa, a mio parere. è abbastanza interessante.

Il popolo del web è indignato per la classe politica che ci sta divorando come un tarlo all’interno di un mobile antico! Ah, no, no… mi sono sbagliato, scusate.

Il popolo del web è indignato perchè un operaio è stato asfaltato da un camion, no… no, scusate… ho dormito poco questa notte.

Il popolo del web è indignato perchè Gianni Morandi è andato a fare la spesa di domenica.

Grazie, genere umano, per regalarmi ogni giorno un nuovo argomento per detestarti a tal punto da desiderare di trasferirmi nei boschi e scrivere su fogli di carta da bruciare nel fuoco a fine giornata per scaldarmi.

La polemica nasce dal fato che un establishment di subnormali avrebbe deciso che far lavorare i dipendenti di un supermercato la domenica, sarebbe immorale. Non c’è un vero motivo, è un po’ come quando vai a guardare dei bambini ad una recita scolastica; non ci sarà mai lo spunto per un applauso, in quanto la recinzione sarà sempre scarsa e la voce della maestra si sentirà sussurrare le battute, ma non appena qualcuno inizierà ad applaudire, tutti applaudiranno.

Ecco, le polemiche nel web si sviluppano secondo la stessa metodologia: un pirla scrive e gli altri pirla copiano e incollano.

Ricordo che una volta anche Gianni Morandi s’indignò per qualcosa… cos’era? Diavolo, non riesco proprio a ricordarlo.

Ah, sì… la guerra del Vietnam. Ricordo che quando tutti gli sconsigliarono di cantare quella canzone, prevedendo la fine di una carriera, lui decise di cantarla lo stesso, perchè sentiva di dover dire la sua.

Però… cavolo, ha fatto la spesa di domenica.

In Italia ognuno può e deve dire la sua anche di domenica, però se per caso l’ADSL dovesse darvi dei problemi mentre scrivete cose a caso in neandertalese, non chiamate il numero verde dell’assistenza, perchè è domenica e non è giusto che un uomo debba lavorare la domenica per aiutarvi a migliorare una connessione che utilizzate solamente per abbassare il Q.I. nazionale portando l’asticella a 8.

Nel caso internet smettesse di funzionare, fate una passeggiata o andate al cinema… no, non è gusto che un uomo lavori in un multisala la domenica.

Dai, facciamo così, sintonizziamo il canale giusto e… partita e birra!

No, un attimo. Per il calciatore il calcio è un lavoro e non è giusto che lavori la domenica.

Ecco, forse ho trovato il centro nevralgico del pensiero comune. Togli la palla dalla visuale e avrai l’attenzione su di te. Badate che questa è la stessa strategia che utilizzo per farmi dar retta dal mio cane, perchè finché la palla rimane visibile non c’è verso che lui mi ascolti.

La prossima volta che vi troverete a scrivere qualche frase geniale ed arguta su chi lavora la domenica, badare che i vostri idoli in maglietta e calzoncini, lavorano anche la domenica e lo fanno, indovinate per chi? Per voi.

Ma perchè i calciatori giocano di domenica? Perchè voi il resto della settimana lavorate e quindi per offrirvi un servizio decente, giocano di domenica.

Succede la stessa identica cosa coi supermercati. Togliete la palla e inserite i ravanelli nell’equazione e avrete lo stesso scenario.

Fatti mandare dalla mamma a prendere l’abbonamento a Sky Sport.

di Ferdinando de Martino.

Scrittura creativa | IL TEMPO PER SCRIVERE | di Ferdinando de Martino.

pnl

Partiamo da un presupposto: per molti scrittori, scrivere un romanzo o un racconto è un punto d’arrivo, mentre per me è un allenamento.
Scrivere è la preparazione ad un evento sportivo che non verrà mai disputato. Allenarsi senza avere una reale motivazione.
Molto spesso sento gli autori della mia generazione spiegare della loro continua mancanza di tempo da dedicare alla scrittura. Ovviamente questo discorso è applicabile a molte altre tipologie di forme d’arte, anche se la scrittura è a livello oggettivo quella che necessita di minori mezzi per la sua realizzazione.
Un computer o, se vogliamo stringere all’osso, un foglio ed una penna è tutto ciò che serve per scrivere.
Ma veniamo al tempo.
Come fai a scrivere in continuazione? Questa è una domanda che ho sentito molto spesso e, per quanto possa sembrare banale, la risposta è: scrivendo in continuazione.
Trovo iper-ridicolo dover realmente affrontare una discussione del genere, ma anche questo fa parte della letteratura.
Quando scrivere?
Innanzitutto, il mio consiglio spassionato a chiunque si ponga questa domanda è di non scrivere, perchè se un individuo senza disturbi mentali eccessivi arriva a porsi una domanda del genere, vuol dire che non è ben motivato e la motivazione è tutto.
Ma senza dilungarmi oltremodo, andrò a rispondere.
Sempre. Scrivete sempre.
Quando i vostri amici vanno a ballare, scrivete. Non volete fare i ballerini, ma gli scrittori.
Quando i vostri amici vanno al mare, scrivete. Non volete fare il mare, ma gli scrittori.
Quando i vostri amici andranno a Copagabana, scrivete. Al loro ritorno loro avranno un sacco di diapositive che nessuno vorrà vedere e voi avrete terminato un romanzo, perchè volete fare gli scrittori e non i turisti.
Quando i vostri amici andranno a cena fuori, voi sarete dall’altra parte del muro a lavare i piati o fare il cameriere, perchè per scrivere dovrete lavorare fino a sfiancarvi, per poi tornare a casa e riprendere a lavorare davanti alla tastiera.
Quando non avrete più idee in testa, fermatevi e andate a fare dell’altro; una birra con gli amici, una partita a biliardo, andate a donne, al parco col cane, al cinema, insomma… svagatevi, perchè per scrivere bisogna anche un po’ vivere. Magari leggetevi una sessantina di libri all’anno, visto che nella vita volete scrivere.
Non allontanatevi mai dalla vita, perchè quando si è troppo lontani dalla vita, si è agli antipodi dell’arte e a nessuno interessa un’opera pretenziosa, scritta da qualcuno che non parla la lingua dell’empatia. Ricordate che la gente vuole la verità e anche allora, dei libri non gliene fregherà un cazzo a nessuno.
Anche davanti a questo scenario dovrete continuare a scrivere. Quando i calli alle mani vi bruceranno e le ginocchia inizieranno a cedervi… scrivete.
Ogni volta che direte -Non ho tempo per scrivere.-, pensate a tutte quelle volte in cui vi siete rincoglioniti davanti al televisore, quando potevate scrivere o a quando avete passato quattro ore ad abbronzarvi, quando potevate scrivere.
Pensate a Cèline e a tutti quelli che si facevano un culo a strisce, mangiando pane, odio e cipolle per poi tornare a casa e iniziare quel lavoro infame che molti chiamano: scrittura.

Ferdinando de Martino

IL RIFLESSO DELLA PAURA | un racconto di JOHN WICKER

riflesso

Sharon se ne stava accasciata a terra, tenendo suo fratello in braccio. Il coltello da carne penzolava pericolosamente vicino al viso piangente del piccolo Bruce.
Lo sguardo della ragazza era assente, quasi come se avesse visto negli occhi il reale volto del male.
Jack Milton si svegliò di soprassalto in un bagno di sudore. Succedeva ogni notte.
-Tutto bene, tesoro?- chiese, ancora assonnata, Darline.
-Tranquilla cara… tranquilla.
Era passato un mese, ma Jack non era ancora riuscito a dimenticare ciò che era successo in quella casa.
Anche Darline faticava molto a prendere sonno, ma non le capitava mai di svegliarsi nel cuore della notte, in preda ad attacchi di terrore notturno come succedeva a lui.
Andavano a trovare Sharon ogni due giorni, nella clinica privata che l’aveva presa in cura. Schizofrenia. La diagnosi parlava chiaro.
La loro primogenita di diciassette anni era schizofrenica ed era monitorata ventiquattr’ore su ventiquattro.
Jack sognava quel momento in continuazione, ponendosi sempre la stessa domanda: cosa sarebbe successo se lui non fosse entrato in tempo in quella stanza?
Sharon avrebbe brutalmente ucciso il suo piccolo fratellino? Sarebbe realmente stata in grado di fare del male ad una creatura così piccola ed indifesa?
Come avevano potuto non accorgersi dei sintomi della malattia mentale della loro primogenita?
Lui passava molto tempo a lavoro, ma aveva sempre avuto un rapporto splendido con Sharon. Lei gli aveva sempre detto che lo considerava più un amico che un padre.
Quando era piccola, lui era solito guardarla intensamente prima di rimboccarle le coperte e dirle -La principessa di papà ha bisogno di un bacio scaccia mostri?
Lei rispondeva sempre -Facciamo due.- e scoppiavano entrambi a ridere.
Il tempo delle risate era finito. La sua principessa era costretta in un lettino, imbottita di psicofarmaci per impedirle di fare del male a qualcuno o addirittura a se stessa.
Si alzò per andare a prendere un bicchiere d’acqua in cucina. Lungo il tragitto si fermò davanti alla camera di Bruce. Era tutto a posto. Non avrebbe più permesso a niente e nessuno di fare del male alla sua famiglia.
Una volta in cucina, aprì il rubinetto e si riempì un bel bicchiere d’acqua. Probabilmente l’avrebbe aiutato a dormire.
Quasi senza un reale motivo, decise di andare in bagno, nonostante non sentisse nessun impulso fisiologico.
Voleva guardarsi in faccia. Voleva ricordare a se stesso che dietro quel volto c’era ancora un uomo in grado di difendere la sua famiglia.
Non accese nessuna luce, perchè la porta a vetro della camera da letto di lui e sua moglie si trovava nella traiettoria del bagno e non voleva svegliare Darline una seconda volta.
Il turno di mattina la stava uccidendo di stanchezza e le sue crisi notturne non l’aiutavano di certo.
Doveva ritrovare la sua tranquillità in un modo o nell’altro. Quell’instabilità interiore finiva per ripercuotersi anche sul suo lavoro. Era sempre stanco e assonnato e quando i musicisti gli domandavano come fossero andate le registrazioni, lui rispondeva senza aver realmente ascoltato il lavoro appena inciso.
Le orecchie andavano ancora bene, ma il cervello era proprio da un’altra parte.
Gli affari al suo studio di registrazione andavano alla grande, ma da lì a perdere tutti i loro clienti per negligenza, era un niente.
Si sciacquò il volto con dell’acqua ghiacciata e sollevò il suo sguardo nello specchio. Nel bagno c’era qualcuno assieme a lui. Un riflesso distinto di un uomo sulla quarantina, sporco e arruffato era apparso nello specchio.
Un grido sovrumano uscì dalla gola di Jack che crollò a terra, terrorizzato.
Non c’era nessuno dietro di lui. Il bagno era vuoto.
Cosa diavolo era stato? Un’allucinazione? La mancanza del sonno? Forse stava impazzendo. Prima sua figlia e adesso lui.
Uscì dal bagno ancora in stato di shock. La luce dalla camera da letto sua e di Darline era accesa. Probabilmente sua moglie aveva sentito le grida e si era alzata per l’ennesima volta.
Non era un’allucinazione. L’uomo che aveva visto in bagno era entrato dentro la camera del piccolo Bruce.
Nessuno avrebbe più fatto del male alla sua famiglia. Non faceva altro che ripetere mentalmente quella frase, dall’incidente avvenuto il mese precedente. Adesso era arrivato il momento di dimostrare a tutti che era un uomo perfettamente in grado di difendere la sua progenie.
Correndo come un forsennato verso la stanza del figlio, afferrò il suo ferro numero quattro dalla sacca da golf che teneva sempre nell’ingresso, per mostrare a tutti che era un golfista sempre pronto al gioco ed entrò nella cameretta.
L’uomo se ne stava accanto alla culla.
Con un fendente, Jack cercò di colpire l’oscura presenza per poi afferrare Bruce e portarlo al sicuro.
-Che diavolo succede?- gridò Darline, entrando nella stanza.
-Ci sono io. Ci sono io. Vattene.
-Che cazzo stai facendo?
-Vai via… scappa.
Darline si accorse immediatamente che c’era qualcosa che stava spaventando a morte suo marito, ma doveva assolutamente prendere il piccolo Bruce, prima di occuparsi dell’uomo.
-Senti, adesso devi darmi Bruce, ok?- disse, cercando di rimanere calma, mentre i demoni della rabbia non facevano altro che impadronirsi del suo corpo.
-Non posso. Vai via…
-Perchè hai una mazza da golf in mano?
-Tu non l’hai visto.
-Dammi il bambino, Jack.
-No. Non te lo permetterò. Stammi lontana. Io… io devo proteggerlo.
-Ok. Ok. Bene. Ma dimmi solo da cosa devi proteggere Bruce, così posso darti una mano.
-Era… era… oh mio Dio, Sharon aveva ragione.
Un vaso s’infranse sulla testa dell’uomo e il buio spense il ragionamento.
La madre di Darline si trasferì da lei, subito dopo gli avvenimenti che distrussero definitivamente quello che restava della sua famiglia. Erano entrambi schizofrenici, suo marito e la sua primogenita.
Qualcuno doveva averle lanciato addosso un malocchio grande come una casa.
Bruce era tutto quello che le rimaneva. Non riusciva proprio a capire perchè la pazzia di Sharon e Jack aveva dovuto abbattersi sul piccolo bambino che stringeva tra le mani in quel momento.
Oramai Bruce dormiva assieme a lei, in quella che un tempo era stata la camera da letto che condivideva con il suo amato marito, al momento ricoverato all’interno della stessa struttura che aveva in cura anche la giovane Sharon.
Quella notte avrebbe voluto chiudere gli occhi e risvegliarsi indietro nel tempo; precisamente quando la sua vita era ancora degna d’essere vissuta.
Adesso era tutto relativamente facile. Bruce non faceva alcun tipo di domanda, si limitava a poppare, fare dei gran ruttini e nulla di più. Un giorno, nemmeno poi tanto lontano, le avrebbe sicuramente chiesto dove si trovasse suo padre e chi fosse sua sorella e Darline non avrebbe saputo cosa rispondere.
Tempo al tempo… era solamente un neonato.
Sharon si alzò e andò in bagno, cercando di fare meno rumore possibile per non svegliare sua madre, donna dal sonno estremamente leggero.
Fece pipì e iniziò a riflettere sugli avvenimenti che avevano distrutto la sua vita. Non aveva notato nessun sintomo di squilibrio in Sharon, prima che questi si manifestassero tutti in una volta, esattamente come era successo con Jack.
Dal nulla, entrambi si erano scagliati con enfasi sul più piccolo della famiglia.
Sharon aveva cercato di ucciderlo con un coltello, mentre Jack aveva optato per una mazza da golf.
Cos’era successo alla sua famiglia? Cosa poteva aver distrutto il cervello delle persone che più amava al mondo? La pazzia? Il demonio? Non sapeva più a chi chiedere aiuto, ora che anche la preghiera le sembrava un inutile passatempo, privo di ogni tangibile riscontro.
Forse lei era stata scelta da Dio per vegliare sul piccolo ed indifeso Bruce. Poteva essere un’ipotesi, esattamente come poteva essere solamente un modo d’interpretare una realtà orribilmente grottesca.
L’acqua fredda sulle mani le restituì un po’ di colore in viso. Da quando erano successi quegli avvenimenti, la sua pelle aveva perso un paio di tonalità, regredendo dal rosa acceso, fino ad arrivare ad un bianco tendente al blu acceso.
Le occhiaie le circondavano gli occhi, quasi come se volessero proteggerla dal senso della vista, creando un fossato attorno alle sue pupille.
Prese l’asciugamano tra le mani e alzando lo sguardo verso lo specchio, vide un riflesso di terrore su quella superficie che aveva già condannato altri due esponenti del suo nucleo familiare.
Un grido gelido interruppe il sonno di Eleonor, sua madre, che svegliandosi di soprassalto, vide sua figlia correre in camera da letto, con un coltello da macellaio serrato nel pugno chiuso.

J. Wicker

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Achille, l’eroe piangente | Ferdinando de Martino |

Achille

Nella prima parte dell’Iliade, troviamo un Achille che mostra delle sfaccettature molto particolari del suo carattere.
Solitamente pensiamo ad Achille come ad un guerriero implacabile, forte e coraggioso, ma questa versione del figlio di Peleo è distante da quella che ritroviamo nelle prime pagine del poema omerico.
Quello che incontriamo è più un bambino che corre dalla mamma alla prima lite coi compagni di scuola, che un eroe di battaglia.
Immaginate il biondo Achille, re dei Mirmidoni di Ftia, seduto sul bagnasciuga di una spiaggia, intento a piangere lacrime su lacrime perchè i suoi compagni gli avevano appena rubato la merenda.
Spieghiamo meglio la scena.

Il grande esercito degli achei (abitanti dell’antica Grecia), rispondeva al comando di un unico re: Agamennone.
La guerra era iniziata per rimediare al torto subìto da Menelao, fratello di Agamennone, a cui era stata sottratta la moglie da Paride il bello, secondogenito di Priamo re di Troia.
L’insieme degli eserciti di tutte le polis achee, avevano aderito alla causa di Menelao, chi per un motivo, chi per un altro e da nove anni se ne stavano a combattere e morire, davanti alle mura inespugnabili di Troia.
Nove anni sono tanti, soprattutto per un gruppo di uomini che non aveva la certezza di sopravvivere al giorno successivo; così, grazie a razzie e doni, molti uomini riuscirono a rendere schiave delle donne, giusto per passare il tempo, allentando le tensioni notturne.
La schiava di Agamennone era una certa Atinome, detta Criseide, figlia del sacerdote apollineo Crise.
Questo pover’uomo che non riusciva più a sopportare che il destino di sua figlia fosse quello di farsi carico delle tensioni notturne di Agamennone, fece quello che ogni buon padre avrebbe fatto: supplicò il re, facendo leva sulla sua nobiltà d’animo.
Dovete sapere che il nostro Agamennone tutto era fuorché nobile d’animo. Le richieste del sacerdote vennero ignorate e derise, mentre l’uomo venne insultato senza ritegno.
Tornandosene verso il mare, Crise, chiese ad Apollo, dio dell’arco d’argento, di punire l’insolenza del re degli achei.
Detto fatto. Apollo iniziò a scagliare frecce infuocate contro Agamennone e il suo esercito. Le divinità greche erano puntuali come orologi svizzeri.
Giustamente, gli achei si riunirono per discutere del fatto, visto che non esistevano ombrelli per le piogge di frecce infuocate.
Proprio durante la discussione si alzò un certo Calcante, figlio di Testore, professione: veggente. I cari bei lavori d’una volta…
Questo veggente, dopo essersi alzato, disse -Beh… io in realtà conosco le motivazioni che hanno fatto adirare il dio Apollo. Ma non voglio dirvele.
Qualcuno chiese -Come mai non vuoi dircele?- e Calcante rispose -Perchè ho paura che qualcuno possa arrabbiarsi e credo anche che questo qualcuno potrebbe farmi la pelle, si vi spiegassi le motivazioni del divino Apollo. Certo… se un eroe, magari qualcuno amato dagli dei, specialmente da Zeus, mi promettesse di difendermi… io potrei anche dirvi come stanno le cose.
Achille si alzò e disse -Ti difendo io.- e, continuando con una totale mancanza di pragmatismo rispose a gran voce -Ti difenderò anche se il tuo nemico dovesse essere Agamennone… che dice di essere il più forte degli achei.
Il gelo. Sì, perchè quando Achille, che era a tutti gli effetti il più forte degli achei, ti viene a dire una cosa del genere, un minimo d’effetto destabilizzante riesce a crearlo.
-Ok.- disse Calcante -Apollo è arrabbiato perchè Agamennone, come al solito, si è dimostrato maleducato, solo che questa volta ha mancato di rispetto ad un sacerdote d’Apollo e questo l’ha fatto adirare molto. Tuttavia, il dio è disposto mettere da parte la sua collera se Agamennone restituirà Criseide a suo padre.
Adesso immaginate Agamennone, il più egocentrico dei sovrani, davanti ad un eroe e un veggente che in parole povere gli stanno facendo fare la figura del pirla davanti a tutti.
Così, dopo aver insultato a dovere il veggente, Agamennone disse che avrebbe restituito la sua schiava solamene se gli achei gli avessero fatto un regalo.
Ora, fare il regalo ad un re così importante era un po’ un problema, perchè le divinità avevano regali come l’Asia, ma una manciata di soldati e re achei, in una terra straniera, non avevano nulla da regalare ad Agamennone.
Achille fece notare quel dettaglio al sovrano e lui, rispondendo di getto, disse -Io restituirò la mia schiava, ma tu caro il mio Achille, visto che parli tanto, mi regalerai la tua schiava.
Il figlio di Peleo ebbe un tonfo nel petto, c’è chi pensa sia dovuto all’amore e chi all’orgoglio, fatto sta che Briseide, la schiava di Achille era stata richiesta dal sovrano in persona.
La sorte degli achei era nuovamente tra le braccia di una donna, perchè la civiltà greca non ha mai dato molta importanza alle donne, ma le donne hanno ciclicamente messo in ginocchio divinità ed eroi.
Achille acconsentì (dopo aver accarezzato la sua spada) a cedere la sua bella Briseide, ma prima fece un discorso che potrebbe far pensare a molti che il figlio di Peleo fosse il precursore del sindacalismo.
Ascoltate, perchè sembra uscito dalla C.G.I.L..
-Agamennone… Agamennone. Io sono venuto qui con il mio esercito e come me hanno fatto lo stesso eroi del calibro di Enea e Odisseo, anche se a noi i troiani non hanno fatto niente. Io , assieme a questi eroi ho combattuto per la tua causa e tu hai sempre ricevuto parti maggiori dei nostri bottini, eppure non mi pare di averti mai visto sul campo di battaglia. Facciamo così: prenditi pure la mia Briseide. Voglio che si ricordi il mio nome, come quello della persona che ha rinunciato al suo bene per quello degli achei. Mentre voglio che il tuo nome venga ricordato come quello dell’uomo che ha condannato i suoi uomini a morte certa per mano delle armate di Ettore, perchè Achille non combatterà più per te. Tutti gli achei rimpiangeranno il mio elmo.
Lapidario. Il sottotesto è: io salvo i greci adesso, ma tu troverai certamente un modo per farli ammazzare poco dopo.
Questa saggezza non era tutta farina del sacco d’Achille, ma una divinità aveva messo le sue grinfie su quella discussione.
Dovete sapere che nell’Iliade gli dei non si facevano mai i cazzi loro. Così, Atena scese dal cielo, rendendosi visibile solamente ad Achille, poco prima del sindacalismo degli eroi.
Il tutto avvenne in un istante, esattamente quando Achille, assieme alla sua spada, accarezzò anche l’idea di porre fine alla vita di Agamennone.
-Achille, non fare cavolate, perchè in quello il re degli achei è bravissimo da sé. Insultalo quanto vuoi, ma non usargli violenza. Se così farai, avrai doni pari a tre volte il torto subito.- disse la dea, per poi sparire.
Achille fece un rapido calcolo… il torto era una donna, tre volte una donna era l’equivalente di tre donne. Ci poteva stare. Così, il nostro Achille divenne pragmatico.
Subito dopo il discorso del Pelide, si alzò un vecchio guerriero, Nestore.
Questo grande eroe cercò di calmare le acque, rivolgendosi ai due uomini in maniera paterna -Sentite, in primo luogo qui vi state auto definendo i più forti del mondo, quando in realtà io che ho qualche annetto più di voi, posso dirvi di aver conosciuto achei ben più forti di voi, come Teseo, Piritoo, Driante, Polifemo ed altri. Quindi, evitiamoci l’egocentrismo e torniamo a noi. Achille, tu sei il figlio di una dea, ma non per questo devi avere più bottino del re di tutti re, mentre tu… Agamennone, perchè non eviti di rubare la donna ad Achille, perchè senza di lui siamo spacciati?
Qualcuno doveva far notare ad Agamennone che senza quel biondino dal piede veloce i troiani avrebbero vinto la guerra.
Agamennone rispose -Non me ne frega niente. Il fatto che sia una mezza divinità non gli dà il diritto d’insultare il mio nome. Portatemi la sua donna e lascerò che Odisseo riporti Criseide a suo padre.
Così Achille, disse al suo più intimo amico (forse cugino e forse amante), Patroclo, di non difendere la sua tenda quando i soldati di Agamennone sarebbero andati a rubargli Briseide e, infine, se ne andò a piangere in riva al mare, da sua madre.
Teti, madre di Achille, emerse dalle acque ed andò a consolare il suo figlioletto.
Achille era incazzato nero. Sapeva che con la sua forza avrebbe potuto ammazzare in un solo secondo il tiranno Agamennone, ma questo avrebbe condannato gli altri uomini. Inoltre, c’era qualcos’altro…
Achille era maledetto. Ancora bambino gli venne predetto un destino binario. Se non fosse mai partito all’avventura, avrebbe avuto una vita serena e lunga, lontana dagli scontri e dalle brutture delle guerre, mentre se avesse optato per la via dell’avventura, il suo destino sarebbe stato breve, ma intenso e pieno di gloria.
Le sue lacrime si basavano proprio su questo concetto. Achille, facendo due conti, pensò -Qui io sto combattendo da nove anni e della gloria, neanche una traccia. La mia vita sarà molto breve e adesso mi hanno rubato anche la donna, insultandomi. Non è che la gloria non arriverà mai e creperò come un imbecille?
La madre cercò di consolarlo in ogni maniera, fino farsi strappare una promessa che alleggerì lievemente i dolori del figlio.
-Mamma, mi devi promettere che chiederai a Zeus di aiutare i troiani a sconfiggere in battaglia gli achei, così capiranno che senza di me non potranno mai vincere la guerra! Zeus non potrà dirti di no, anche perchè è sempre stato innamorato di te.
Come ogni madre avrebbe fatto, Teti acconsentì ad accontentare il figlio. C’era un solo problema, Zeus era partito per un viaggetto in Etiopia, portandosi dietro tutti gli dei e non sarebbe tornato prima di dodici giorni.
-Tranquilla, io ti aspetterò qui.- rispose Achille.
Il bello è che lo fece per davvero. Aspettò dodici giorni e dodici notti in riva al mare, piangendo. Almeno questa è la versione che ho immaginato nella mia testa.
Pensate che per tutta la durata del suo ritiro sul bagnasciuga, non si recò nemmeno una volta all’assemblea e, soprattutto non si fece vedere in battaglia e questo si notò ancor più della sua assenza in assemblea.
Quando Teti riuscì ad incontrare Zeus, durante una festa, gli fece gli occhi dolci, senza esagerare troppo perché non voleva offendere Era, che l’aveva cresciuta, e Zeus non poté che risponderle -Sì. Il torto fatto ad Achille verrà rimediato.
Era si accorse di qualcosina, ma Zeus finse che nessuna cospirazione fosse in atto.
Quella notte, mentre la sua consorte dormiva, il capo di tutti gli dei iniziò a pensare una strategia per correre in aiuto dell’orgoglio ferito del giovane Pelide.

Ferdinando de Martino.

Se ti è piaciuto l’articolo, leggi anche: Come siamo arrivati alla guerra di Troia?

Divagazioni di un viaggiatore del Karma | Non ho mai visto le teste dell’Isola di Pasqua e ne sono fiero |

pasqua

Certe volte abbiamo bisogno delle divagazioni.
Divagare è la Costa Smeralda di chi non ha un cazzo di niente. I ricchi prendono le loro anime stanche e se le portano in posti esotici, davanti a panorami spettacolari ed inimmaginabili.
Conoscevo un tizio che aveva visto dal vivo le teste dell’Isola di Pasqua. Ora, non so come spiegarlo senza sembrare la persona più chiusa dell’universo, ma perchè qualcuno sano di mente dovrebbe provare interesse a vedere le teste dell’isola di pasqua? È una cosa che non riuscirò mai capire.
Io di grosse teste di cazzo ne ho viste abbastanza nelle mie vite precedenti e se fossi un ricco, sicuramente non spenderei tutti quei soldi per andare a vedere delle teste conficcate nella terra.
Non riesco proprio ad immedesimarmi o a provare empatia per quella gente. Loro si alzano, fanno le valige, controllano le loro azioni in borsa, pillolina per curare il jet lag, aeroporto, taxi, albergo, cenetta etnica per sentirsi parte del luogo, consumando l’intero fabbisogno dell’isola in una sola portata, notte, escursione e grosse teste di cazzo conficcate nell’erba.
No… non riuscirò mai a sintonizzarmi su quelle frequenze. Mi sento come una vecchia radiosveglia in un mondo di iPod.
Forse sono solamente un personaggio di un romanzo di serie B, imbruttito dalla solitudine, cresciuto in cattività sentimentale e sempre in allerta, come un cane maltrattato.
Viaggiano, corrono, cercano. In parole povere: scappano.
Ecco, la mancanza del coraggio credo che stia alla base della loro voglia di fuggire in continuazione, perchè mi rifiuto di pensare che qualcuno voglia realmente guardare negli occhi quelle maledettissime teste di pietra, quando in Vaticano abbiamo la Pietà di Michelangelo.
Cercano il coraggio in mete esotiche, lo cercano nei cocktail con gli ombrellini e nelle spiagge immacolate. Mi viene in mente il leone di Dorothy.
Anche quelli come noi scappano, solo che lo fanno in maniera diversa. C’è ancora chi si mette sul terrazzo a guardare le finestre degli altri, domandandosi se anche loro provano quel vuoto dentro. Perchè il grande interrogativo non è: siamo soli nell’universo? Ma: siamo davvero tutti soli?
Ho sentito le storie più belle, raccontate dalle bocche più malconce e sdentate. Ho amato donne bellissime, solamente perchè in tutta la mia vita non ho mai avuto le palle di conoscere veramente una donna nell’anima, apprezzandone le doti umane, prediligendo a queste un bel faccino e un corpo da modella.
Sono stato tutto quello che odio e cerco di scontare giornalmente il mio purgatorio personale, lottando contro me stesso e contro tutte quelle canzoni demoniache che mi risuonano nel cranio.
Mi ritrovo spesso davanti ad uno schermo vuoto, consapevole del fatto che non si riempirà da solo e questo mi terrorizza a morte. Questo è il problema di chi sceglie un mestiere che potrebbe esaurire le sue batterie da un momento all’altro.
Non ho mia preso un aereo, perché sono talmente terrorizzato dall’idea di affidarmi ad un altro essere vivente in alta quota, da non sentire ragioni.
Ho riflettuto molto sul mio lascito cartaceo e non sono soddisfatto, ma questo credo che sia l’unico modo per alimentare le batterie di cui parlavo prima.
Non ho mai visto le teste dell’Isola di Pasqua e ne vado fiero. Non so perchè, ma è così.
Per certi versi sono ancora quel ragazzino del liceo, terrorizzato e spaurito, che gli altri non sceglievano per giocare a pallone e se potessi decidere nuovamente da che parte stare, sceglierei di nuovo la mia, perchè senza tutta la merda che sono stato costretto ad ingoiare, non avrei mai fatto della mia passione il mio lavoro.
Cosa mi ha insegnato questo stile di vita completamente folle? Mi ha insegnato a lavorare con una rivoltella puntata alla testa e questa è una cosa che non tutti possono vantare nel loro curriculum.
Ho provato a spiegare più e più volte il senso di smarrimento di una generazione a cui i sociologi non hanno trovato un nome migliore di “generazione x” e credo di non esserci ancora riuscito, proprio perchè quel senso di smarrimento è talmente radicato in me, da non farmi prendere niente sul serio.
Non è tranquillità zen… è che ci stiamo tutti cagando sotto.

 

 

Ferdinando de Martino.

RESTRIZIONI NEL CENTRO STORICO | La Città Morta |

luzzati

Ieri sera mi sono ritrovato ai giardini Luzzati, una nota zona della movida del centro storico genovese, per bere una birretta e fare quattro chiacchiere con gli amici.

Volevo annusare l’ambiente dopo le recenti restrizioni legate agli orari di chiusura dei locali, per capire realmente dove potrebbe portarci il cambiamento in questione.

Questo è quello che facciamo di solito: shot al Grigua, da bere al Moretti e via verso il Quaalude.

La serata è stata surreale e la si potrebbe descrivere modificando un vecchio testo di Jovanotti: non è qui la festa.

Assenza di musica, facce tristi e assenza d’alcol.

Che Genova fosse una città morta da tempo immemore lo si sapeva già, ma il colpo di fioretto definitivo, travestito da legge, ha lasciato la nostra gioventù esangue  a terra con un bicchiere vuoto.

Il messaggio dell’amministrazione Doria è il seguente: andatevene tutti a Milano, a Genova non ci si diverte.

Ad una città già priva praticamente di attività culturali, dove i concerti non arrivano, gli spettacoli scarseggiano e i vecchietti tentano di zombiezzare la città a colpi di bianchetti mattutini e discussioni sul Genoa, non rimane che fare come il Grande Gatsby e imbandire tavolate segrete, invitando il divertimento come ospite d’onore.

Oltre al centro storico ci sono le discoteche, dove se ti va bene puoi  massacrarti il cervello con qualche chicca amfetaminica e… ah, basta. Oltre al maledettissimo centro storico non c’è realmente niente di vagamente stimolante.

Capisco i vecchietti che la notte non riescono a dormire, anzi… non li capisco per niente, perchè oltre ad averci condannato ad una vita tremenda, in un paese distrutto dalla loro classe dirigente e dai loro modi di fare beceri e qualunquisti, dopo averci tolto la possibilità di avere una pensione e di vivere una vita dignitosa, hanno deciso di danneggiare perfino il meccanismo della distrazione atta a generare quel divertimento di cui necessitiamo per non pensare all nostra condizione.

Alla soglia dei trenta, non riesco proprio a buttarmi in discoteca a parlare di deltoidi per limonarmi una diciottenne, facendomi giudicare all’ingresso da uno scimmione con la quinta elementare. Mi spiace, ma a questo mood di deculturizzazione sociale non riesco proprio a partecipare.

Di recente un bambino si è punto con una siringa in un noto parco genovese, questo dovrebbe essere da monito alla popolazione ligure, in quanto è risaputo che il degrado di una zona è direttamente proporzionale alla svalutazione sociale della suddetta e l’unico modo per intrattenere le persone, creando un divertimento sano è quello di incrementare le attività notturne. Noi, in questo momento, stiamo viaggiando nella direzione opposta.

Al Capone è figlio del proibizionismo e, senza le leggi restrittive, le mafie avrebbero avuto un terreno meno fertile da coltivare negli Stati Uniti.

I frequentatori del centro storico troveranno altro da fare prima o poi, ma le vere vittime saranno i gestori dei locali che si vedranno costretti a chiudere, andando in bancarotta. È probabile e, forse plausibile, che questa situazione possa portare ad un ritorno del degrado sociale, perchè buttando le persone sul lastrico le si abbandona automaticamente alla disperazione e la disperazione porta alla bottiglia, nel migliore dei casi.

Non vorrei sembrare estremamente pessimista, ma il gioco preferito degli scrittori è sempre stato quello d’immaginare mondi dispotici, laddove il Grande Fratello ci guarda con i suoi lunghi baffi e credo questo sia l’inizio di una nuova fine.

Avete presente quando si guarda al passato pensando -Come cazzo abbiamo fatto a prendere quella decisione?-, ecco… in questo momento l’amministrazione Doria ha preso una decisione che verrà ricordata, in futuro, come una delle scelte più idiote a livello politico amministrativo degli ultimi vent’anni.

Il quadro è semplice. I giovani migreranno verso altre zone, mentre i gestori dei locali musicali migreranno verso un suicidio economico di cui VOI sarete i mandanti.

“Mandante di un suicidio” è una professione rara e solitamente la praticavano i guru degli anni settanta nei suicidi di massa, ma a quanto pare, Marco Doria ha deciso di riportare in voga i vecchi mestieri d’una volta.

L’arrotino che passa per le strade di Genova, i bambini che si pungono con le spade al mare, con il ritorno dell’ero e i vecchietti beati e sereni a massacrarsi il fegato giocando a carte, immersi nella tranquillità di un’apocalisse zombie. Doria  sta creando gli anni 80 2.0. : una tristezza infinita, ma senza i Cure ad intrattenerci le orecchie.

 

Ferdinando de Martino.